Super lobby Goldman Sachs

di Enrico Pedemonte e Paolo Pontoniere

Macina miliardi. E mette i suoi uomini ai posti di comando in tutto il mondo. Una banca d’affari o un megacentro di potere planetario?

Chi sono quegli otto signori seduti nella penombra, con il volto nascosto da una mascherina nera, come i membri della Banda Bassotti? Gli otto si guardano intorno guardinghi e mormorano con sguardo furtivo: “Cosa c’è all’ordine del giorno? Ah sì, i nostri bonus di fine anno”. La vignetta, ferocissima, è comparsa giovedì 15 dicembre sul ‘New York Post’, il tabloid di Rupert Murdoch, e si riferisce ai dirigenti della Goldman Sachs, la banca d’affari più importante del mondo che ha appena annunciato i nuovi record aziendali: il 2006 chiude con un profitto annuo di 9,5 miliardi di dollari, in crescita del 70 per cento, una capitalizzazione di mercato di 85 miliardi di dollari, il valore del titolo in Borsa salito da 54,52 a 80,13 dollari in 12 mesi e, quel che più conta, bonus ai dipendenti per un valore complessivo di 16,5 miliardi di dollari. Facendo la media, si tratta di un regalo di fine anno di 623 mila dollari a testa per i 26.467 lavoratori dell’azienda, un record assoluto. Ma come tutte le medie statistiche, si tratta di una cifra che distorce la verità. Da solo, il presidente e amministratore delegato Lloyd Blankfein si porterà a casa oltre 50 milioni di dollari, e molti altri dirigenti di primo piano avranno un premio a sette zeri, un primato che nemmeno negli anni Novanta, ai tempi della bolla speculativa in Borsa, era mai stato sfiorato.

Per completare il quadro bisogna ricordare che il 52enne Blankfein, figlio di un impiegato delle poste di Brooklyn, negli anni trascorsi alla Goldman si è messo in tasca 500 milioni di dollari che gli hanno consentito, tra l’altro, di acquistare un appartamento da 27 milioni a Manhattan, su Central Park West, dove sta per trasferirsi con moglie e tre figli.

Negli Stati Uniti i superbonus della Goldman suscitano l’ironia populista dei giornali tabloid, mentre nella più progressista Inghilterra provocano lo sdegno ideologico dei sindacati, preoccupati per l’ineguaglianza crescente indotta dalla nuova economia globale. Molti si domandano quale sia il segreto di questa azienda di teste d’uovo che ogni anno moltiplica i profitti spostando capitali tra i diversi mercati, acquistando e vendendo aziende e fornendo consulenze a governi e multinazionali.

Il 31 maggio di quest’anno, quando Blankfein è stato nominato numero uno della Goldman Sachs, molti si erano chiesti se avrebbe saputo emulare i successi del suo predecessore, quell’Henry Paulson che per sei anni aveva trascinato la più prestigiosa banca d’affari del mondo di successo in successo. A maggio Paulson, dopo alcune settimane di titubanza, aveva ceduto ai corteggiamenti pressanti del presidente George Bush, e aveva accettato di diventare ministro del Tesoro. Molti si erano stupiti della sua scelta. Perché mai Paulson aveva deciso di lasciare la guida di un istituto così prestigioso per dedicarsi al dissestato bilancio dello Stato americano, perdipiù nella fase finale di una presidenza azzoppata? Negli ultimi sei anni la Goldman Sachs aveva macinato profitti leggendari e nel 2005 Paulson si era portato a casa un bonus da 38,3 milioni di dollari.

Ma già allora alcuni analisti avevano notato che l’avvicendamento ai vertici della Goldman, ben lungi dal rappresentare un indebolimento, era invece un’ulteriore dimostrazione del potere tentacolare dell’azienda. Gli uomini che raggiungono le posizioni di vertice della banca d’affari restano in carica generalmente una decina d’anni, nel corso dei quali accumulano un capitale ragguardevole che consente loro di ricominciare una carriera spesso assai meno remunerata, magari presso qualche istituzione pubblica, creando uno straordinario network di ‘ex uomini Goldman’ nei posti chiave dell’economia e della politica.

Basti pensare che, fino al 2003, la Goldman era governata da un terzetto d’eccezione: lo stesso Paulson assieme al presidente Paul Thain e al capo della sede di Londra John Thornton. Tre anni dopo, il primo è ministro del Tesoro, il secondo è diventato capo della New York Stock Exchange (quindi il numero uno di Wall Street) e il terzo si è spostato a Pechino, nella prestigiosa Tsinghua University, ed è diventato un punto di riferimento essenziale per gli uomini d’affari americani che investono in Cina.

“Certo, si tratta di una lobby che ha carattere di esclusività”, dice Richard Linowes, docente alla Kopod School of Business della American University ed ex dirigente della Goldman Sachs: “Chi è stato alla Goldman resta legato alla compagnia per la vita, anche quando migra altrove. Questo significa che tende a fare affari con gli ex colleghi, ma non per clientelismo, bensì perché sa che ha a che fare con la crema dell’élite internazionale”.

Gli uomini Goldman sono dappertutto. Joshua Bolten, attuale capo di gabinetto della Casa Bianca, è un ex dirigente Goldman, ed è stato lui a consigliare il presidente a nominare Paulson. Anche Robert Zoellick, vicesegretario di Stato, viene dalla banca d’affari. Come William Dudley, capo della Federal Reserve Bank of New York. Jon Corzine, ex senatore democratico e attuale governatore del New Jersey, è un ex presidente Goldman. Mentre Philip Murphy, dopo anni alla Goldman, è stato appena nominato responsabile della raccolta fondi per il Comitato Nazionale del partito democratico, un ruolo chiave in vista delle presidenziali del 2008. A livello internazionale la musica non cambia: Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, è un ex partner della Goldman.

“Certo, questa rete di rapporti di potere fa aumentare con il tempo la possibilità di connivenze illecite”, dice Bill Mann, senior analyst alla Motley Fool: “Ma fino a oggi non sono mai emerse storie di corruzione e non credo che ne emergeranno”. Mann fa notare che quando Paulson è passato dalla Goldman al Tesoro, ha spostato molte decine di milioni di dollari in un fondo che devolve i profitti in opere di carità. E che Corzine, che negli anni alla Goldman aveva messo da parte 233 milioni di dollari, ne ha investiti cento nelle due campagne elettorali che lo hanno portato prima al Senato, e poi alla poltrona di governatore del New Jersey. Dove peraltro, appena arrivato, ha assunto tre uomini Goldman come principali collaboratori: Gary Rose, Barry Zubrow e Bradley Abelow.

“Questa è gente per la quale i soldi sono uno strumento, non un fine”, dice Mann. Il fine è il potere, che naturalmente contempla non solo una solida ricchezza, ma anche un serio impegno in associazioni filantropiche, come accade negli Stati Uniti, dove le persone diventate molto ricche spesso considerano un dovere etico restituire alla società parte di quello che hanno conquistato. Così, scorrendo i nomi dei vertici Goldman si scopre che oltre a svolgere la loro principale attività all’interno della banca d’affari, ciascuno di questi dirigenti è presente nei consigli di amministrazione di alcune multinazionali, di qualche università prestigiosa e di parecchie organizzazioni di beneficienza.

Un esempio spesso citato per spiegare l’etica della Goldman è quello di John Whitehead, che lasciò la presidenza della banca d’affari negli anni Ottanta per diventare vicesegretario di Stato con Ronald Reagan, fu poi cooptato nel board della Federal Reserve Bank of New York, e infine, dopo l’11 settembre 2001, nominato presidente della Lower Manhattan Development Corporation che ha l’incarico di ricostruire il distretto finanziario colpito dai terroristi.

“La Goldman è un’azienda dove l’amore per il denaro si intreccia con quello per il servizio pubblico”, dice Stephen Hess, analista alla Brookings Institution: “Non si tratta di occupazione del potere: hanno tanti soldi a disposizione che guadagnarne altri non ha più senso, e a un certo punto della vita la visione aziendale li porta dalla banca alla politica, alla filantropia”.

L’opinione di Hess è diffusa a Washington. Ma nonostante ciò la pervasività della Goldman nel mondo della politica e del business crea spesso sconcerto per i conflitti di interesse che ogni giorno emergono dalla sua attività. La Goldman ha i suoi tentacoli ovunque, e sempre più spesso il suo ruolo di consulente e di investitore nel capitale di decine di società di primo piano suscita proteste. E’ accaduto recentemente, quando il New York Stock Exchange, cioè la Borsa di Wall Street, si è fusa con Archipelago, una società di trading elettronico. L’accusa, poi svanita dopo settimane di trattative riservate, era che il valore di Archipelago fosse stato sopravvalutato dalla Goldman che non solo era la banca d’affari di entrambe, ma aveva anche una partecipazione azionaria in Archipelago. Ciliegina sulla torta, il presidente del New York Stock Exchange era John Thain, ex numero due della Goldman.

Gli esempi di questo tipo sono decine. In aprile un consorzio guidato dalla Goldman ha vinto una gara per acquistare lo Shuanghui Group, la più importante azienda per la lavorazione industriale della carne in Cina, ma sull’operazione gravava l’accusa di conflitto di interessi, perché la Goldman possedeva anche il 13 per cento della principale azienda concorrente cinese.

Goldman realizza la maggior parte dei suoi profitti comprando e vendendo aziende. Nei primi mesi del 2006, per esempio, ha speso 2,6 miliardi di dollari per acquisire il 5 per cento della Banca dell’Industria e del Commercio di Pechino, la più grossa banca di Stato cinese. In ottobre, quando la banca si è quotata in Borsa, la Goldman si è trovata con un profitto di 949 milioni di dollari.

Philip Guziec, analista di Morningstar, spiega così il successo della società: “E’ un’azienda che, grazie alla propria tradizione di successo, riesce ad assumere i migliori talenti sul mercato, li paga profumatamente e non ha paura di rischiare, molto spesso mettendo in gioco gli stessi capitali dei dipendenti. Così è diventata una gallina dalle uova d’oro. D’altra parte nel mondo degli investimenti non si realizzano profitti simili se si usa troppa cautela”.

A ben guardare la Goldman usa in modo eccellente, per costruire il suo successo e i suoi sterminati profitti, la stessa strategia da decenni utilizzata dalle migliori università americane: creare una straordinaria élite intellettuale e diffonderla per il mondo, ai vertici delle istituzioni economiche e politiche, ampliando e sostenendo una rete di legami sempre più fitta. Gli uomini Goldman non costituiscono solo una rete di potere, ma si garantiscono reciprocamente una rete informativa che consente alla banca di affari di sapere meglio e prima degli altri come evolvono i mercati. Dice John Cochrane, professore di finanza alla School of Business dell’università di Chicago: “Gli investimenti a rischio della Goldman hanno il sostegno di una fortissima base informativa”.

Non si ricorda un’altra azienda con un peso analogo nel mondo politico-economico Usa fin dai tempi della Standard Oil di John Rockefeller, nei primi anni del secolo scorso. Ma nel 1911, divenuta ormai troppo potente, la Standard Oil venne spezzata in due. Altri tempi.