Scozia, un giudizio della Storia – di Massimo Viglione

Il referendum per l’indipendenza della Scozia, che avrà luogo fra tre giorni, ha un valore storico differente da quanto comunemente si creda. È un giudizio della Storia, che potrà forse essere ancora rimandato, ma certo non eliminato. E se al contrario dovessero vincere i sì, questo giudizio non riguarderebbe, come si tende a far credere, l’uso della sterlina o delle basi nucleari, ma secoli di ignominia gravanti sulla coscienza del popolo che più di ogni altro al mondo ha saputo contornare il veleno della propria prepotenza senza limiti con la panna montata del proprio indiscutibile fascino dei modi più civili e tradizionali e dello stile di vita più aristocratico oggi esistente al mondo.

È un giudizio della storia, dicevamo, che dimostra ancora una volta quanto siano ormai sempre più insostenibili le corbellerie marxiste e massoniche sull’economia come movente dei grandi eventi degli uomini, e questo è comprovato da un piccolo particolare: il 13 settembre hanno sfilato per Edimburgo 12.000 orangisti rivendicando il proprio grande passato e la civiltà “british” e protestante di cui si sentono eredi. Erano bellissimi a vedersi (e non mi meraviglierei se producessero un certo fascino anche in parte del mondo tradizionale cattolico) con i loro costumi tradizionali, i loro stendardi, i loro stemmi, la loro dignità, in effetti innegabilmente specchio di una civiltà di splendore ed educazione. E sfilavano proprio in chiave di rivendicazione religiosa e civile, che niente ha a che fare con le postazioni atomiche e solo poco con la sterlina. È una questione di scontro di civiltà e religione, di fierezza storica e nazionalismo di alto livello.

Esattamente come per gli scozzesi. Se potessimo interrogare gli scozzesi separatisti, ci accorgeremmo che pochissimi fra loro pensano ai soldi (peraltro, questo è un argomento forte dei sostenitori del no: “chi cambia la strada vecchia per la nuova…”), mentre la grande maggioranza ha risvegliato nel cuore l’orgoglio del proprio passato, quel fondo di risentimento – sopito ma mai cancellato – per tutte le secolari violenze, invasioni, oppressioni e ingiustizie subite dalla Corona di Londra. Ha risvegliato la memoria di un Trono usurpato da una dinastia illegittima. Magari la memoria di una regina, eroina della vera fede martire, decapitata da un’altra regina, sua cugina, una delle più grandi assassine e fanatiche anticattoliche che la storia europea abbia mai conosciuto, vera “Diocleziano” della modernità.

Questo movimento separatista è diverso dagli altri, dicevamo. La Catalogna ha poco di realmente differente dalla Castiglia, e ciò che li spinge al separatismo sono realmente soprattutto moventi economici, sebbene non manchi la memoria – molto lontana – di uno Stato sovrano che seppe divenire grande potenza europea mediterranea. La Lega Nord è mossa da giuste rivendicazioni di ordine economico e sociale, ma non certo da lontane memorie di civiltà (a parte le ampolle del Po…). Stesso discorso, più o meno, per altri casi analoghi in Europa. Ma la Scozia, così come l’Irlanda, ha una propria civiltà e una propria storia di popolo antichissime.

La civiltà scozzese è più rude di quella inglese, come più rudi sono le loro montagne, i loro pascoli, le loro coste. Ma non è meno affascinante, anzi: è meno splendida ed educata, ma più radicata e sostanziale. Chi vi è stato, chi ha potuto girare la Scozia, non ha potuto certo rimanere indenne dal fascino di un mondo profondo, profondo come la sua storia millenaria, di una gente che forse più di ogni altra in Europa ha mantenuto intatte le proprie radici non solo con i secoli cristiani, ma perfino con quelli precristiani, a partire dai propri cognomi. I loro costumi e le loro cornamuse, le loro musiche e il loro whisky, l’angus e i castelli, e tutto il resto, richiamano secoli di resistenza a quell’invasore del sud che fin dal Medioevo non sapeva stare a casa propria, come tutta la storia successiva ha ben dimostrato.

Gli scozzesi, oggi, stanno dicendo in maniera diretta e chiara agli inglesi che loro non sono inglesi. Ma stanno anche dicendo, in maniera indiretta e sottile, ai Windsor che la loro dinastia reale non sono i Windsor, né tanto meno i loro antenati Hannover, bensì la Casa Stuart. Chi ora dovesse pensare che sto esagerando nell’interpretazione degli eventi, è perché probabilmente non si è fatto un giro per i castelli scozzesi e non ha visto i quadri e le foto esposti al pubblico.
È la storia che inizia a presentare i suoi conti ad Albione. E sarà un conto immenso, salatissimo, devastante, da regolare. Gli inglesi hanno prodotto in età moderna una grande civiltà nel senso dei costumi e della cultura, ma questa civiltà oggi l’hanno tradita e rovesciata, come ben ci dimostra la follia collettiva e suicida che ha invaso l’Inghilterra odierna. Ma, soprattutto, questa civiltà l’hanno costruita calpestando per secoli gli altri popoli, utilizzandoli sempre – vicini e lontani, e noi italiani non siamo certo stati risparmiati – e solo a proprio uso e consumo.

Poco importa se dovessero di misura vincere i no: il dado è tratto, ormai, e tra qualche anno vinceranno i sì. Poco importa se, vincendo i sì, la Regina dovesse restare formalmente Capo dello Stato scozzese: anzitutto questo Stato esisterebbe e sarebbe scozzese non inglese, e poi… quanto durerebbe la Regina (o i suoi eredi) come Capo di questo nuovo Stato? Poco importa se l’economia dovesse andare peggio: quello che è chiaro, oggi, è che gli scozzesi stanno dicendo al mondo che non sono inglesi, ma scozzesi, non solo dal punto di vista etnico, ma anche storico, politico e soprattutto civile e culturale. E lo stanno dicendo forte e chiaro.

Talmente forte e chiaro che – è notizia di oggi – in Galles si è aperto il dibattito sull’indipendenza. L’Irlanda del Nord resterà ferma e muta?

La storia sta presentando il suo conto agli inglesi e alla loro dinastia, della quale, a causa del suo splendore (peraltro molto macchiato dagli eventi di questi ultimi decenni, come ben sappiamo) e della ignoranza storica oggi predominante, troppo spesso si dimenticano i crimini mostruosi commessi nei secoli medievali e soprattutto nel Cinquecento, da un monarca maledetto che, schiavo della sua libidine, ha tradito la Chiesa di Roma e introdotto il protestantesimo in terra inglese e la cui figlia è stata, come detto, la principale produttrice di martiri cattolici prima della Rivoluzione Francese e dei secoli contemporanei.

Sarebbe una meravigliosa nemesi se gli scozzesi il 18 settembre iniziassero un cammino, forse lungo ma non impossibile, di giustizia della storia e si affidassero alla memoria della Regina Mary Stuart e dei suoi antenati e discendenti (uno dei quali, il Re Carlo I, decapitato da un assassino fanatico protestante inglese), magari confidando nella forza ritrovata di chi gli inglesi li conobbe da vicino e li seppe trattare come meritavano, tale William Wallace.
In una Europa alla vigilia del suo disastro epocale, la Scozia ha molto da insegnarci.

Massimo Viglione

M. Viglione

Massimo Viglione e'professore di Storia presso l'Università Europea di Roma e scrittore di libri di successo e testi scolastici .