Regole del Cattolicesimo schietto

Le 18 regole tratte dagli esercizi spirituali di Sant’ Ignazio di Loyola individuano modi e comportamenti del vero Cattolico Apostolico Romano.

Il libro degli esercizi spirituali ha contribuito potentemente al mantenimento dell’antica fede cattolica ed al miglioramento dei costumi ed è stato approvato e raccomandato dalla Santa Sede con termini, quali non ebbe mai nessun altro libro spirituale.

Prima regola. Messo da parte ogni giudizio proprio, dobbiamo avere l’animo disposto e pronto a obbedire in tutto alla vera sposa di Cristo nostro Signore, che è la nostra santa madre Chiesa gerarchica.

Con queste parole anzitutto viene rimosso e condannato il principio fondamentale del protestantesimo e del razionalismo e di ogni altra setta contraria alla fede, che cioè l’opinione privata ed il sentimento privato ovvero la propria ragione siano l’unica norma valevole nelle cose della fede; per lo contrario viene riconosciuto ed affermato il principio fondamentale del cattolicesmo, che in tutto ciò che riguarda la fede decide la sola autorità della Chiesa. In verità noi non crediamo immediatamente alla Chiesa, ma a Dio.

Non possiamo credere, se non quel che Dio ha rivelato e perchè Dio lo ha rivelato. Il motivo della nostra fede altro non è che Dio: cioè l’autorità, l’onniscienza, la veracità di un Dio rivelante. Or quel che Dio ha rivelato non sappiamo altrimenti con certezza, se non per mezzo della Chiesa. Essa attinge il contenuto della rivelazione dalla S. Scrittura e dalla Tradizione, che sono le fonti della nostra fede; ma la regola unica immediata della fede è per noi la Chiesa in virtù del suo magistero infallibile. Or questo appunto ci distingue da tutte le sètte, le quali in conseguenza del loro sistema, se Dio pietosamente non intervenga col lume e con la forza della sua grazia, non sono neppur capaci di fare rettamente un atto di fede: prima perchè non possedono l’intero deposito della fede; poi perchè non accettano il fondamento storico della fede; in fine perchè il motivo della loro fede non è l’autorità di Dio, ma il loro proprio modo di vedere. (Vale per la regola 1 e 13)

Seconda regola. Si lodi il confessarsi con il sacerdote e il ricevere la santa Eucarestia una volta all’anno, molto più ogni mese, e molto meglio ancora ogni otto giorni, con le condizioni richieste e dovute.

Terza regola. Si lodi il partecipare spesso alla Messa; così pure si lodino i canti, i salmi e le lunghe preghiere in chiesa e fuori di essa, e anche l’orario fissato a tempi determinati per ogni funzione sacra, per ogni preghiera e per tutte le ore canoniche.

Quarta regola. Si lodino molto gli ordini religiosi, il celibato e la castità, e il  matrimonio non tanto come questi.

Quinta regola. Si lodino i voti religiosi di obbedienza, povertà e castità e delle altre opere di perfezione consigliate. Si noti che il voto riguarda cose che conducono alla perfezione evangelica; perciò non si deve far voto di cose che allontanano da essa, come esercitare il commercio, sposarsi e simili.

Sesta regola. Si lodino le reliquie dei santi, venerando quelle e pregando questi; si lodino le celebrazioni stazionali, i pellegrinaggi, le indulgenze, i giubilei, le crociate e le candele che si accendono nelle chiese.

Settima regola. Si lodino le disposizioni circa i digiuni e le astinenze, come quelli  della quaresima, delle quattro tempora, delle vigilie, del venerdì e del sabato; così  pure le penitenze, non solo interne ma anche esterne.

Ancora una parola intorno alla mortificazione ed alla penitenza, contro la quale il protestantesimo ebbe sempre ed ha tuttavia una repugnanza insormontabile. Anche il mondo moderno de’ cattolici annacquati rifugge da ogni austerità esterna. L’ascetica antica era piuttosto ispida e dura. Essa cominciava dal purificare seriamente il cuore dal peccato e dalle passioni disordinate per mezzo della vera vittoria di se stesso, e riteneva a lungo il suo alunno nell’esercizio della cosiddetta via purgativa, mettendogli innanzi le massime eterne ed incutendo nell’anima del peccatore un salutare spavento dei castighi eterni. «Non solo il timore figliale, scrive S. Ignazio (Reg. 18) è cosa pia e santissima, ma anche il timore servile (non però servilmente servile), perchè anch’esso esclude il peccato ed inchiude il principio dell’amore». In questa osservazione del Santo si scorge quasi un presentimento del futuro giansenismo e quietismo e dei danni gravissimi recati da questi sistemi nella direzione delle anime.

Una certa ascetica moderna, per iscansare la noia o per sfuggire ogni cosa triste, va abbandonando quest’antica e sicura via purgativa e si rivolge ad altri metodi di vita spirituale più graditi e più attrattivi. Se ciò avvenga con maggiore profitto è un’altra questione. È vero. Noi non siamo più l’antica generazione, adusata alle intemperie. I figliuoli del tempo nostro sono anemici e nervosi. Ma da ciò segue soltanto che noi non possiamo più far tutto quello che facevano gli antichi, e non già che si debba ammettere soltanto la penitenza interna, rifiutando con disprezzo l’esterna. Anche la penitenza esterna è un germoglio del Vangelo di Cristo e dello spirito cattolico, anzi aggiungiamo, dell’istinto nativo del peccatore, se pure è uomo leale. Egli ha peccato e vuol riparare ed anzitutto con la penitenza esterna, ad imitazione del Redentore, che per amor nostro sostenne i tormenti e la croce. È questo l’A B C della vita spirituale.

Ottava regola. Si lodino il decorare e l’erigere chiese, così pure le immagini,  venerandole secondo quello che rappresentano.

Qui pure appartiene l’altra regola del Santo, che è lodare la sontuosità dei sacri edificii e la ricchezza e gli ornamenti tutti delle chiese e lo splendore delle solennità e delle luminarie (Reg. 8, 6). La chiesa è il luogo del sacrificio, che è l’atto pubblico più solenne ed augusto della religione; la chiesa è l’abitazione di Dio vivo e reale sotto le specie eucaristiche; la chiesa è il luogo, dove insieme convengono Dio ed il genere umano, dove Dio fino all’uomo si abbassa, dove l’uomo s’innalza fino a Dio. Quivi è bene spesa la più sontuosa magnificenza, per l’onore di Dio, per l’onore nostro. Quanto tempo, quanta fatica, quali somme non si gittano specialmente ai nostri tempi per albergare come si conviene chi regge i destini della nazione, e per le feste ed onoranze puramente mondane e politiche! Eppure quanto spesso, a proposito della ricchezza delle nostre chiese e delle spese pel culto, tornano sul labbro di certi cattolici le vergognose parole di Giuda, il traditore: Ut quid perditio haec? [3]

Nona regola. Si lodino infine tutti i precetti della Chiesa, con l’animo pronto a  cercare ragioni in loro difesa e mai contro di essi.

Decima regola. Dobbiamo essere sempre pronti ad approvare e a lodare, sia le  disposizioni e le raccomandazioni, sia i comportamenti dei superiori. Infatti, anche se  alcuni di questi non fossero buoni, o non lo fossero stati, il criticarli, predicando in  pubblico o discorrendo con persone semplici, susciterebbe mormorazione e scandalo  piuttosto che vantaggio; e così la gente si sdegnerebbe contro i superiori civili o  religiosi. Tuttavia, come è dannoso criticare i superiori in loro assenza davanti alla  gente semplice, così può essere vantaggioso parlare dei loro cattivi comportamenti alle  persone che possono portarvi rimedio.

Lo “spirito di riverenza e di sommessione verso l’autorità costituita è sempre stato il contrassegno del genuino sentire cristiano e cattolico. La nostra Chiesa è stata in ogni tempo banditrice e custode della debita obbedienza; essa stessa non può sussistere, senza la sommessione al potere costituito da Dio. È quindi più sicuro eseguire un comando meno prudente e meno acconcio, piuttosto che scuotere il fondamento dell’ordine. Neppure la personale indegnità del superiore ci dispensa dal debito della sommessione, salvo ch’egli non comandi cosa contraria a Dio. I superiori nostri sono uomini e possono come noi errare; quest’è saputo. Sono però luogotenenti della giustizia e santità di Dio nel mondo. Importa assai che essi siano pure nella realtà quello che rappresentano, e però chi nel debito modo sappia avvisarli o farli avvisare dei loro errori, è grandemente benemerito della società e della Chiesa.”

Undicesima regola. Si deve lodare la teologia positiva e la scolastica. Infatti, come  è proprio dei dottori positivi san Gerolamo, sant’Agostino, san Gregorio e altri muovere l’affetto per amare e servire in tutto Dio nostro Signore, così è proprio degli scolastici san Tommaso, san Bonaventura, Pietro Lombardo e altri definire e chiarire per i nostri tempi quanto è necessario per raggiungere la salvezza eterna e per meglio impugnare e confutare gli errori e le falsità. Infatti i dottori scolastici, che sono più moderni, non solo si servono dell’autentica interpretazione della Sacra Scrittura e dei   santi dottori positivi, ma, illuminati e guidati essi stessi dalla grazia divina, utilizzano  anche i concili, i canoni e le costituzioni della nostra santa madre Chiesa.

E questa è pure la ragione, per la quale specialmente gli eretici ed i nemici della Chiesa (tutti pure quelli dentro la Chiesa) hanno sempre manifestato un odio istintivo contro questo metodo d’insegnamento. Innanzi la scolastica non reggono nè le incertezze, nè le esagerazioni, nè i sistemi personali, nè lo sragionare senza costrutto e senza logica; neppure vi regge la sola erudizione. Tutti gli eretici si studiarono di provare le loro opinioni coi soli testi dei Padri e della S. Scrittura, perchè così più facilmente stimavano di potersi trarre d’impaccio. Per tale motivo Leone XIII dichiarò S. Tommaso patrono della filosofia ecclesiastica e della teologia, sanzionando con questo il metodo scolastico. E già prima di Leone, era stata condannata la sentenza,che il metodo ed i principii degli scolastici non fossero più appropriati ai bisogni dei tempi ed al progresso della scienza [11]. Eppure nessun altro metodo quanto lo scolastico risponde ai bisogni dell’uomo, dimostrando la fede come naturalmente possibile e conforme alla ragione ed alla scienza ed offrendo ad ognuno il mezzo di formarsi col proprio ragionamento un tal concetto del mondo, che sia fondato ad un tempo e sulla natura e sulla fede.

Dodicesima regola. Dobbiamo evitare di fare paragoni tra noi vivi e i beati del  cielo. Infatti si sbaglia non poco, dicendo per esempio: questi ne sa più di  sant’Agostino, è uguale o superiore a san Francesco, è un altro san Paolo per bontà e  santità, e così via.

Tredicesima regola. Per essere certi in tutto, dobbiamo sempre tenere questo  criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica.  Infatti noi crediamo che lo Spirito che ci governa e che guida le nostre anime alla  salvezza è lo stesso in Cristo nostro Signore, lo sposo, e nella Chiesa sua sposa; poiché  la nostra santa madre Chiesa è guidata e governata dallo stesso Spirito e signore nostro  che diede i dieci comandamenti.

Quattordicesima regola. È verissimo che nessuno si può salvare senza essere  predestinato e senza avere la fede e la grazia; tuttavia bisogna fare molta attenzione nel  modo di parlare e di discutere di tutti questi argomenti.

Quindicesima regola. Abitualmente non si deve parlare molto della  predestinazione; ma se in qualche modo e qualche volta se ne parla, se ne deve parlare   in modo che le persone semplici non cadano in alcun errore, come quando uno dice: è  già stabilito se io dovrò essere salvo o dannato; perciò, sia che agisca bene sia che  agisca male, non potrà accadere diversamente. Così si diventa pigri e si trascurano le  opere che conducono alla salvezza e al vantaggio spirituale dell’anima.

Sedicesima regola. Così pure bisogna fare attenzione che, parlando molto e con  grande fervore della fede, senza alcuna distinzione o spiegazione, non si dia occasione  alla gente di essere indolente e pigra nell’operare, sia prima che la fede sia congiunta  con la carità, sia dopo.

Diciassettesima regola. Allo stesso modo non si deve parlare troppo diffusamente  della grazia, insistendovi tanto da favorire quell’errore che nega la libertà. Perciò si può  parlare della fede e della grazia, per quanto ci è possibile con l’aiuto divino, per la  maggior lode della divina Maestà; ma, particolarmente in questi tempi così pericolosi,  non in maniera e in termini tali, che le opere e il libero arbitrio ne ricevano danno o non  si tengano in alcun conto.

Diciottesima regola. Si deve stimare più di tutto il servizio di Dio nostro Signore  per puro amore; tuttavia si deve lodare molto anche il timore della sua divina Maestà.  Infatti, non solo il timore filiale è cosa buona e santissima, ma, se non si arriva ad altro  di meglio o di più utile, anche il timore servile aiuta molto ad uscire dal peccato  mortale; poi, una volta usciti, si arriva facilmente al timore filiale, che è pienamente  accetto e gradito a Dio nostro Signore, essendo un tutt’uno con l’amore divino.