Quando il Carnevale era il “Carnevale di Roma”

Quando nel 1466, il Papa Paolo II ordinando ed organizzando egli stesso artistiche mascherate e rimettendo in auge quelle corse le quali, nelle feste del Circo Agonale1 e di Monte Testaccio, tanta presa avevano sulla popolazione, pose le basi di quel Carnevale che, per più di quattro secoli, ha avuto il primato indiscutibile su questa tradizione.

Oltre ai carri addobbati, alle maschere ed alle burlonerie d’ogni genere, le caratteristiche peculiari del Carnevale romano, furono per molto tempo, la famosa «Corsa dei barberi»2 che tanto affascinò artisti e letterati e la tradizione dei moccoletti. L’abolizione della corsa, nel 1874, in conseguenza della morte di un giovane travolto da un cavallo durante la manifestazione, ha segnato il tramonto del Carnevale romano.

Difficile è oggi percepire quanto stupore e meraviglia suscitassero quelle manifestazioni su protagonisti e spettatori: Johann Wolfgang Goethe che vi partecipò nel 1788 ha scritto: “Il Carnevale a Roma non è una festa data al popolo, ma una festa che il popolo dà a se stesso. Il governo non fa né preparativi né spese. Non illuminazioni, non fuochi artificiali, non processioni splendide, ma un semplice segnale che autorizza ciascuno ad essere pazzo e stravagante quanto gli pare e piace, ed annunzia che, salvo le bastonate, e le coltellate, tutto è permesso”. Ma, tralasciando le descrizioni del Carnevale romano dei più noti autori, reputo interessante, per una maggiore documentazione sull’argomento, proporre ai lettori una testimonianza, certamente poco conosciuta e poco accessibile, tratta da un vecchio libro della mia biblioteca sull’infanzia e la giovinezza di Leone XIII di J. Fraikin3.

L’autore del libro nelle pagg. 326,327,328,329 riporta purtroppo, come egli stesso afferma, solo:

“… i brani più interessanti di una descrizione fatta da uno scrittore, il quale, nei suoi giovani anni, ha avuto la fortuna di essere testimonio delle moderne saturnali e ha anche completato i suoi ricordi con quelli di parenti ed amici più vecchi di lui”.

« . . . Per tutta Roma si diffonde il maestoso suono della campana maggiore della torre Capitolina.

« È il segno del principio del Carnevale. Son le due dopo mezzogiorno del sabato che precede di undici giorni la quaresima.

« Monsignor Governatore di Roma con tutta la sua Corte, in treno di ricche carrozze, preceduto e seguito da squadre di soldati a cavallo in alta tenuta, moveva da Piazza del Popolo, traversava per lungo tutto il Corso, e andava a scendere al palazzo di San Marco, … per assistere di là alle corse. .

« Dopo il corteo del Governatore seguiva subito il non meno sontuoso treno dell’ Eccellentissimo Senatore di Roma. Precedevano squadre di fedeli nei loro costumi michelangeleschi: alcuni a piedi, altri a cavallo irreggenti su aste, a guisa di bandiere, i ricchissimi palii di seta, di broccato, di velluto e di tela, premio dei vincitori delle corse. Venivano poi bande dei Capotori con gli stendardi dei quattordici Rioni di Roma. Indi, ecco le sette carrozze senatoriali… Le maschere venivan subito dopo….

« Affacciati al balcone, parato a festa con drappi colorati, con guarnizioni d’ oro, e con festoni di fiori e di mortella, ci univamo agli amici e parenti che accorrevano per ammirare il gaio spettacolo sottostante.

«Una folla compatta, multiforme, chiassosa, si moveva a stento pel Corso in varia e disordinata direzione, pigiandosi, ridendo, applaudendo, gridando, in un confuso e assordante pandemonio di voci e di suoni, mentre due interminabili file di vetture, piene di altra gente allegra… , a fatica si facevano un poco di largo per avanzare.

« Ogni tanto fra queste vetture si distinguevano mascherate a comitiva, che o procedevano a piedi, o decoravano carri simbolicamente adattati a rare sensazioni speciali, se non erano semplicemente ornati per adattarsi al più largo moversi di quelli che dentro volevan prender parte alla festa, sopra questa specie di balconi mobili…. Ci sarebbe da comporre un volume con la descrizione delle artistiche mascherate… Potrebbe cominciarsi… dai tempi di Paolo II. . e dalla mascherata da lui fatta eseguire e che restò memorabile:..: Diana con le ninfe, un trionfo romano, l’Olimpo con la casa di Marte, e infine quattro grandissimi carri con l’apoteosi del munifico pontefice.

« Fra coloro che trovavansi nelle finestre, o nelle logge dei primi piani, oppure nei palchi improvvisati lungo la via, e coloro che passavano sia pedestremente, sia nelle carrozze, sia nei carri,

avvenivano battaglie allegre, di cui i proiettili erano, fiori, bonbons, razzi di carta colorata, dolci, e sopratutto confettacci di gesso: sicchè nembi di polvere bianca si mescolavano con quelli che si sollevavano dalla strada e che avvolgevano i passeggeri con non so quanta delizia dell’olfato, della vita e dei poveri vestiti …..

« La festa però volge alla parte più caratteristica e importante: alla famosa corsa dei barberi.. . Anche gli uomini gravi accorrevano alle finestre… I più rinomati cavalli corridori, che vi prendevano parte, venivano dalle scuderie dei più nobili patrizi …

« Eccoli! Eccoli! » era il grido che si propagava da un capo all’altro del Corso. E finalmente, tra l’ansiosa aspettativa, in un momento di trepidazione generale e di indimenticabile emozione, eccoli. eccoli davvero questi bellissimi diavoli scatenati passar veloci come il vento. Sferrati prima, sciolti da ogni freno, cupidi per istinto di passarsi l’un l’altro, ornati di nastri, di fiori e di risonanti fogli metallici, ma tormentati da aculei infissi in libere perette o palline di piombo poste sul dorso, si abbandonavano alla cieca in avanti, coi colli tesi, colle narine aperte sbuffanti e con tutto l’agilissimo corpo, in una suprema tensione di nervi e di forze.

« Lasciati a Piazza del Popolo, al segnale dato da un mossiere, che faceva abbassare il canapo che li teneva ad un livello di comune distanza, si lanciavano furibondi per la via aperta loro innanzi e arrivavano in pochi secondi a Piazza Venezia in quello stretto sbocco che dal fatto prese appunto il nome di Ripresa dei Barberi.

« Quivi alcuni barbereschi dovevano durar non poca fatica ad arrestarli e trattenerli, perchè quelle povere bestie erano non solo stanche della prova ma irritate dalle grida che le avevano accompagnate lungo tutto il percorso, e, più, dal continuo flagello che avea loro insanguinato i fianchi.

« Al barbero giunto primo veniva assegnato il palio da una speciale Commissione giudicatrice, e il fortunato vincitore era condotto trionfalmente in giro per la città. . . e infine accompagnato alla casa del suo padrone. . .

« Ma torniamo ancora una volta… alla loggia della mia zia per godere quello spettacolo caratteristico dei moccoletti che chiudeva il carnevale.

« Quando, al suono dell’Ave Maria, s’ illuminavano quella strada (il Corso) e le case che davano su di essa con innumerevoli piccoli ceri accesi. . . , il colpo d’ occhio doveva presentare l’aspetto d’ una fantastica féérie. . Balconi, finestre, palchi, carri eran lucenti di migliaia di queste fiammelle; e tutti i passeggieri, avendo in mano, ciascuno, uno o più di questi moccoletti accesi, accrescevano la bellezza dello spettacolo festoso. Questo però si compiva ancor meglio nell’ amenissima gara combattuta per ispegnere i moccoletti altrui, e per difendere i propri ; onde nuova cagione d’ ilarità veniva dagli strani mezzi adoperati così nell’offesa come nella difesa. . . .

« L’allegra baldoria durava sino ad un’ ora di notte, allorchè cominciava il passaggio del corteo del Carnevale morente. Era questo formato da umoristiche ed artistiche mascherate, fatte con trasparenti, e composte tanto di semplici comitive a piedi, quanto di carri allegorici.

« Molto spesso i soggetti erano graziose satire d’ imprese che servivano ai discorsi del giorno, così nel campo politico come in quello artistico ; e le allusioni burlesche degli avvenimenti contemporanei destavano la generale ammirazione …

« Veniva infine il carro del Carnevale moribondo. I1 soggetto era ogni anno lo stesso : un moribondo e un dottore che l’assiste; ma l’abilità consisteva nella comica pantomima di questi due attori nel rappresentare, durante il lungo tragitto, le varie fasi della curiosa agonia.

« A Piazza del Popolo un gran falò simulava la cremazione del Carnevale, mentre tutti danzavano attorno cantando ritmicamente:

È morto Carnevale

E chi lo piangerà

«Narrasi che un Turco, avendo assistito ad un Carnevale di paese cristiano, tornato in patria, riepilogasse le impressioni provate raccontando che, in un certo tempo dell’anno, i cristiani impazzivano, ma che poi, per virtù di una certa polvere che si spargeva loro sul capo, rinsanivano e guarivano del male ».

Note:

1. Piazza Navona sorta sull’antico Circo Agonale.

2. Cavalli della Barberia (Tunisia, Tripolitania)

3. J.Fraikin, L’infanzia e la giovinezza di un Papa, Leone XIII, e gli

albori del Risorgimento italiano