Quale libertà individuale nel Buddismo? di Corrado Gnerre

E’ risaputo che chi nel ricco Occidente si lascia affascinare al Buddismo non è certo colui che fatica per sbarcare il lunario, ma chi ha tempo per fare un po’ tutto. Gli ambienti del jet set, da questo punto di vista, sono di una “sensibilità” nei confronti dell’Oriente (in generale) e del Buddhismo (in particolare) davvero sbalorditiva. E’ notizia di questi giorni di un tempio buddista a Milano inaugurato niente di meno che dall’ex calciatore Roby Baggio, già notoriamente conosciuto come seguace della vita e del pensiero di Siddharta. In somma, alternare la lettura dei sutra col jogging o la coltivazione dei giardini zen col sole di qualche spiaggia caraibica è uno costume a cui si danno non pochi intellettualoidi e uomini di spettacolo.

Verrebbe però da pensare: ma è mai possibile che la logica se ne sia andata così a carte quarantotto? Un forte culto della personalità (e non mi si dica che in certi ambienti non c’è un culto di questo tipo!) può andare d’accordo con un pensiero in cui, non solo non c’è spazio per la individualità, ma non c’è spazio nemmeno per la libertà? Il problema è che la logica, per essere riconosciuta, non ha bisogno né dei libri né dell’intellettualismo, ma della sapienza; e la sapienza, a sua volta, vien fuori dall’adesione alla Verità e dall’esercizio della virtù, in particolar modo quella della temperanza…ma questo è un altro discorso.

Dicevamo, se c’è una religione che mortifica così tanto la libertà individuale, questa è proprio il Buddhismo. Eppure ci sono tanti –ahimè, anche cristiani- che credono che la religione orientale e il Buddismo, in particolare, valorizzino molto di più l’uomo e la sua libertà rispetto ad altre tradizioni religiose e, ovviamente, rispetto al Cristianesimo stesso.
Più che portare argomenti (e ce ne sono tanti!) questa volta faccio parlare i testi del Buddhismo. Voglio che leggiate dei passaggi tratti da una famosa leggenda del Buddhismo indiano, la famosa Leggenda di Vitasoka.

“Il venerabile Vitasoka si era nel frattempo ritirato per la notte nel capanno di un pastore; i suoi indumenti erano laceri e i capelli, la barba e le unghie erano di una lunghezza straordinaria. La moglie del pastore pensò tra sè: “Colui che è entrato nel nostro capanno deve essere uno dei mendicanti brahmanici”. Allora disse a suo marito: “Figlio del mio maestro, ecco un’occasione per guadagnare un denaro; uccidiamo questo monaco e portiamo la sua testa al re Asoka.”. Il pastore sguainò prontamente la sua sciabola e si avvicinò a Vitasoka. Questo venerabile religioso possedeva la facoltà di sapere ciò che gli era accaduto in precedenza e comprese che stava per raccogliere i frutti di atti compiuti molto tempo addietro. Convinto nel profondo del suo cuore di tutto ciò, stette allora perfettamente immobile. Il pastore gli recise la testa con la sciabola e la portò dal re Asoka, dicendo: “Dammi un denaro”.
Il re vide la testa e gli sembrò di riconoscerla. Tuttavia la sottile capigliatura non corrispondeva all’immagine che aveva in mente. Furono allora convocati i dottori e i servitori. “Mio signore, questa è la testa di Vitasoka”, dissero nel vederla.
A tali parole, il re cadde a terra privo di sensi. Gli fu aspersa dell’acqua sul viso e riprese conoscenza. “I tuoi ordini, o re”, dissero allora i ministri, “hanno arrecato sventura alla testa di un saggio libero dalla passione; revoca i tuoi ordini e fa ritornare la tranquillità tra la tua gente”.
E il re fece tornare la pace tra la sua gente e stabilì che da allora in poi nessun uomo venisse messo a morte.
Nel frattempo, assillati da dubbi, i religiosi avvicinarono il venerabile Upagupta e gli domandarono: “Quale azione ha mai compiuto il venerabile Vitasoka per meritare una morte di spada?”
“Ascoltate, venerabili persone”, replicò Upagupta, “quali furono le azioni che egli compì nelle precedenti esistenze. O religiosi, una volta, molto tempo fa, in quel luogo viveva un cacciatore che si sostentava uccidendo antilopi. Nella foresta vi era una sorgente e intorno ad essa il cacciatore tendeva le reti e collocava le sue trappole; ed era lì che uccideva antilopi. Quando nel mondo non vi sono dei Buddha, nascono allora i Pratyeka Buddha. Ora un Pratyeka Buddha che si era recato giù alla sorgente a mangiare, risalì e andò a sedersi a gambe incrociate sotto un albero. Sentendo il suo odore da lontano, le antilopi non scesero alla fonte e quando il cacciatore arrivò, vide che la selvaggina non si era recata alla sorgente come di consueto; allora, passo dopo passo, raggiunse il luogo ove il Pratyeka Buddha era seduto. Nel vederlo, nella mente del cacciatore venne questa idea: “E’ costui ad aver spinto lontano le mie bestie”; e, sguainata la sciabola, uccise il Pratyeka Buddha. Dovete sapere, o uomini venerabili, che quel cacciatore era Vitasoka. Per avere, in passato, ucciso antilopi, egli fu attaccato da una terribile malattia; e per aver ucciso con la sua sciabola il Pratyeka Buddha, ebbe a soffrire dei tormenti dell’inferno per migliaia di anni; per cinquecento anni egli nacque e rinacque tra gli uomini e sempre una spada recideva prematuramente la sua vita; infine, sebbene avesse raggiunto la condizione di Arhat, egli dovette necessariamente perire di spada”.

Dunque, secondo il Buddhismo, la vita è segnata; ed è segnata da come si è vissuto la vita precedente. Per cui non è possibile che si realizzi ciò che non è stato già deciso. La libertà viene nullificata.
Quanto diverso questo fatalismo dalla provvidenza cristiana. Il primo è l’uomo ridotto a burattino, a vittima di decisioni già prese e indipendenti dalla sua volontà; la seconda (la provvidenza) è sì l’ammissione dell’intervento di Dio nella storia dell’uomo, ma per aiutarlo, non per sostituirlo.
Dio, nella dinamica provvidenziale, lascia totalmente libera la decisione umana…ed ogni vita umana è nuova ed irripetibile.

C. Gnerre

Corrado Gnerre insegna antropologia filosofica presso l'Università Europea di Roma. E' inoltre scrittore e fondatore de "Il Cammino dei Tre Sentieri".