Luisa Ferida , la storia di una donna incinta fucilata dai partigiani

LUISA FERIDA, pseudonimo di Luigia Manfrini Farné (Castel San Pietro Terme, 18 marzo 1914 – Milano, 30 aprile 1945) Fu una delle più rappresentative attrici del cinema italiano nel decennio 1935-1945.

A soli 31 anni ed incinta di un bambino, la Ferida fu uccisa dai partigiani all’Ippodromo di San Siro a Milano assieme a Valenti il 30 aprile 1945, con l’accusa di collaborazionismo e in particolare per aver torturato alcuni partigiani imprigionati a Villa Triste, a Milano, sede della banda Koch.

Nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione di Milano i due attori pagarono con la vita la loro notorietà associata al regime fascista, l’appartenenza di Valenti alla Xª Flottiglia MAS e la frequentazione della Villa Triste.

Non fu mai accertata in sede giudiziale una loro responsabilità rispetto alle attività della banda Koch.

L’accusa si dimostrò infondata al vaglio di prove e testimonianze, e lo stesso Vero Marozin, capo della Brigata partigiana responsabile della sua morte, ebbe a dichiarare, nel corso del procedimento penale a suo carico per quell’episodio: «La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente».

Pare, da testimonianze, che la Ferida sapesse delle torture, ma se ne tenesse alla larga; non così una delle amanti di Koch, la soubrette Daisy Marchi, e la segretaria del capo della “banda”, Alba Giusti Cimini. Entrambe si spacciavano talvolta, con i prigionieri, per la celebre Ferida, approfittando della penombra delle celle; è probabilmente questa l’origine della calunnia che costerà la vita all’attrice (mentre la Marchi e la Cimini non subiranno mai conseguenze).

I due attori, infatti, pagarono ingiustamente con la vita la loro notorietà associata al regime fascista, ma non avevano alcuna responsabilità penale che potesse giustificarne la fucilazione per collaborazionismo.

Sembra ormai accertato, sulla base delle dichiarazioni rese da Vero Marozin in sede processuale (“Quel giorno – 30 aprile 1945 – Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: “Fucilali, e non perdere tempo!”) che il futuro Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini abbia avuto pesanti responsabilità morali nell’uccisione della Ferida e di Valenti (v.”Odissea Partigiana” di Vero Marozin – 1966 – “Luisa Ferida, Osvaldo Valenti – ascesa e caduta di due stelle del cinema” di Odoardo Reggiani – Spirali 2001).

Pertini, oltretutto, si rifiutò di leggere il memoriale difensivo che Valenti aveva elaborato durante i giorni di prigionia, nel quale erano contenuti i nomi dei testimoni che avrebbero potuto scagionare i due attori da ogni accusa. La casa milanese di Valenti e della Ferida venne svaligiata pochi giorni dopo la loro uccisione. Fu rubato un autentico tesoro, di cui si perse ogni traccia e del quale Marozin nel dopoguerra ammise la “confisca”, ma sostenendo di non ricordare dove tali beni fossero finiti: «Una parte fu restituita, credo, alla madre della Ferida (circostanza smentita dalla madre).