Licinio Refice, la tonaca che fece parlare di se’!

Martedì 30 settembre 2014, alle ore 11,00, nell’Aula Magna dell’Istituto d’Istruzione Statale “Martino Filetico”, Ferentino ha reso omaggio, nel 60° anniversario dalla morte, al musicista Licinio Refice protagonista, trai i più importanti, del panorama musicale internazionale della prima metà dello scorso secolo.

Nell’ambito della “Rassegna Musicale Ascolta la Ciociaria”, l’evento ha presentato, interpreti gli artisti Laura Celletti, soprano e Giovanni Valle, pianoforte, ben quattordici Liriche da Camera” intervallate da tre composizioni per pianoforte solo.
Le composizioni introdotte dal Direttore Artistico M° Francesco Marino, selezionate tra le oltre cento, sia sacre che profane composte, hanno rappresentato un’occasione significativa di far conoscere al più vasto pubblico e particolarmente ai giovani questo settore della consistente produzione artistica di Licinio Refice.

licinio refice

Lo so Maria; Foglio d’album; La vita; Ad una nuvoletta; Virgo Dolorum; Gl’Angelitte; Ombra di nube; Quis est homo; Peace at home; Fiore d’acanto; È carovana immensa; Invocazione; Stornelli montani e Stornellata umbra sono state le liriche interpretate con bravura e coinvolgente sentimento dal soprano Laura Celletti accompagnata dal M° Giovanni Valle al quale si devono anche, per pianoforte solo, Berceuse, Sarabanda e Gavotta che hanno intervallato le liriche.

Ad illustrare la figura e l’opera di Licinio Refice oltre al Direttore Artistico M° Francesco Marino sono intervenuti, tra gli altri, la Prof.ssa Biancamaria Valeri Dirigente Scolastico dell’I.I.S. “Martino Filetico” di Ferentino (Istituto nel quale, da anni, si promuove un’intensa e seguita attività di didattica musicale tale che ha permesso la costituzione sia di un Piccolo Coro Polifonico che di una Piccola Orchestra di Fiati e Archi nonché di una Jazz Band) la quale si è dichiarata entusiasta per aver ospitato il concerto in onore del compositore, nativo di Patrica le cui rappresentazioni sono state apprezzate sia in Italia che all’estero; . Mons.Valentino Miserachs Grau che ha seguito Refice nella direzione della Cappella Musicale Liberiana in Roma; Don Michele Colagiovanni, curatore dell’archivio-museo “Una stanza per Refice” ed Aldo Conti, presidente della Pro Loco di Patrica.

Un reverente pensiero, poi, è stato rivolto alla memoria del M° Giuseppe Marchetti che allo studio ed alla catalogazione delle opere di Licinio Refice ha dedicato i suoi ultimi anni.

LA TONACA CHE FECE PARLARE DI SÉ
(Breve biografia di Licinio Refice)

di Michele Colagiovanni

All’esame per il diploma di composizione, che ottenne “con merito speciale”, Giovanni Sgambati disse di lui: ” Questa tonaca farà parlare di sé “.
Fu buon profeta, ma non era una rivelazione in senso stretto: del neodiplomato si parlava già con insistenza come di un genius loci, in Ciociaria, e la fama si affacciava anche in Roma. Parliamo di Licinio Refice, del quale ricorre quest’anno il cinquantenario della morte (1954 — 2004).

Nacque a Patrica (FR) il 12 febbraio 1883, in una famiglia che praticava la musica a livello dilettantistico. In paese vi era una banda. Nella chiesa dei Missionari del Preziosissimo Sangue, che il ragazzo frequentò con una certa assiduità, grazie alle suore, sue maestre, si eseguivano funzioni in musica e vi era un laico che aveva una voce tenorile molto celebrata. Si aggiunga che nell’oratorio degli stessi Missionari, di tanto in tanto, erano rappresentate operette teatrali, in musica, in prosa o miste.

Gli elementi, per individuare le radici di una vocazione musicale ben definita, ci sono e legittimano quanto meno una fondata ipotesi. Chiesa, musica, parole, teatro. C’è tutto il Refice adulto, il quale non comporrà mai brani per soli strumenti, se si escludono pochi, brevissimi pezzi (due sonate per organo, una berceuse, … ). Eppure l’orchestrazione lo affascinava, come dimostrano le ouvertures e gli intermezzi musicali nello svolgimento degli oratori e delle opere. Si sentiva chiamato a una comunicazione totale, accettando la lezione di Beethoven che perfino nella sinfonia, nella sua ultima sinfonia, introdusse nel finale le voci.

Don Edoardo Valenti, arciprete del paese e suo zio per parte di madre, ne sostenne gli studi superiori nei seminari vescovili di Ferentino e Anagni. Furono anni nei quali il talento musicale di Refice si rivelò in tutta la sua evidenza. Nei giudizi scolastici, accanto ad un profitto lusinghiero in ogni materia, si trova scritto: “Molto ingegno per la musica”.

Purtroppo poté dedicarsi seriamente e prevalentemente alla musica soltanto dopo l’ordinazione sacerdotale (1905), a Roma: fu allievo di Ernesto Boezi, Remigio Renzi e Stanislao Falchi. Nel giugno del 1910, a Santa Cecilia, ottenne — come si è detto — il diploma in composizione con merito speciale, presentando quale saggio l’oratorio Chananaea, del quale faceva parte il celeberrimo mottetto Exulta et lauda (1909), che era nato autonomo ed ebbe vita autonoma.

Insegnante nel Pontificio Istituto di Musica Sacra e a capo della Cappella Liberiana, che pure era stata del Palestrina, fu operoso come direttore e come compositore. La gran parte delle sue musiche fu direttamente o indirettamente legata all’incarico di maestro di cappella in Santa Maria Maggiore. Anche la metà delle circa quaranta messe si rifanno all’ufficio liturgico in basilica; le altre gli furono commissionate da privati. Alcune sono veri gioielli, ricche di impeto e di abbandoni, rivelazione di un temperamento drammatico che gli faceva considerare la celebrazione liturgica una vera rappresentazione: e non a caso è definita Santo Sacrificio.

Il Refice, però, comprendeva bene che il teatro vero, in musica, è l’Opera e il suo luogo di elezione è il palcoscenico. Per accedervi, la famosa tonaca, evocata dallo Sgambati, gli pesava addosso più di una campana di bronzo. Come avrebbe potuto, sotto il Pio X della riforma antimodernista, accedere nei luoghi più profani della cultura, nei teatri lirici frequentati dalla mondanità, tra dive del bel canto e corpi di ballo? Già più d’una volta aveva avuto difficoltà con le autorità religiose per l’eccessivo protagonismo nelle partiture di chiesa.

Refice si accontentava del “quasi teatro” che intravedeva negli Oratori, la formula musicale portata ai vertici da Giacomo Carissimi e risuscitata con grande successo in quegli anni da Lorenzo Perosi. Refice, però, amante della comunicazione totale, preferiva i testi in italiano, anziché in latino, sebbene il rivestire di musica le parole latine fosse assai più facile.

Il Martyrium Agnetis Virginis (1919) è notevole, ma in latino. Nacquero poi Dantis poétae transitus (1922), in italiano nonostante il titolo, su testo di Giulio Salvadori; Trittico Francescano (1926) su testo di Emidio Mucci; La Samaritana (1933);… Con i titoli citati e con altre composizioni sinfonico-vocali, come per esempio il celebre Stabat Mater (1916), Refice aveva potuto accedere alle grandi sale da concerto in Italia e all’estero. Scalpitava, però, per conquistare il palcoscenico e pertanto, già negli anni Venti, si era messo a comporre un’opera lirica, che chiamò prudentemente Azione Sacra, “in tre episodi e quattro quadri”, intitolata dapprima Santa Cecilia (1922), per ulteriore prudenza, ma poi detta semplicemente Cecilia, destinata a rimanere nel cassetto per alcuni anni. Solo nel clima distensivo della Conciliazione fu possibile metterla in scena. Refice aveva sperato di vederla rappresentata per l’Anno Santo ordinario del 1925 e invece il suo desiderio si compiva in quello straordinario della Redenzione, 1933-1934.

Il testo di Emidio Mucci narra con una certa staticità d’azione, propria dell’oratorio, e sovrabbondanza musicale – la vicenda della martire cristiana. La prima, al Teatro Reale dell’Opera di Roma il 15 febbraio 1934, fu un trionfo clamoroso, anche grazie all’interpretazione infuocata che ne dette Claudia Muzio. Il successo si ripeté con altre interpreti negli anni seguenti, nei maggiori teatri del mondo.

Seguì una nuova opera: Margherita da Cortona. Un’altra santa, ma questa volta con materia adeguata al genere musicale, perché la protagonista della vicenda, prima della conversione, fu donna dalle forti passioni. L’opera fu considerata di pregio e fu rappresentata in prima assoluta alla Scala il 1° gennaio 1938, con successo replicato in vari teatri del mondo.

A marcare la propria vocazione operistica, Refice intraprese la composizione di due nuove opere teatrali: una su San Sebastiano e l’altra, intitolata Il Mago, sulla figura di Simone nell’episodio degli Atti degli Apostoli (8,9ss). Purtroppo il primo lavoro non fu neppure incominciato, mentre il secondo rimase incompiuto alla fine del primo atto. Erano intanto fioriti L’Oracolo (1944) e Lilium Crucis (1950), in italiano, quest’ultimo sul modello del Dantis poétae transitus, con interventi recitati.

La morte colse il musicista a Rio de Janeiro durante le prove di Cecilia l’ 11 settembre 1954. L’opera fu eseguita con gli interpreti recanti il lutto al braccio: protagonista Renata Tebaldi, della quale Refice aveva intuito il valore eccelso.

Michele Colagiovanni