L’Anticristo, la sedizione e la fede. Il cliché di Lutero nei teorici odierni della “neochiesa”

Secondo alcuni autori, quando Martin Lutero nel 1510 giunse nella Roma di Giulio II, provò grande commozione e insieme profondo sdegno per uno spettacolo generale che dovette apparirgli immondo e indegno della religione cristiana. Certamente nell’Ad librum eximii Magistri Nostri Ambrosii Catharini, defensoris Silvestris Prieratis acerrimi, responsio, ossia nella risposta inviata nel 1521 al teologo e domenicano italiano Ambrosio Catarino intervenuto a sostegno di Silvester Prierias nella confutazione delle 95 Tesi (esiste una traduzione italiana vedi quiqui citiamo, nella nostra traduzione, la Weimarer Ausgabe: WA), Lutero utilizza il topos, non propriamente tradizionale ma diffuso nel Medioevo e rimasto nell’immaginario occidentale, che identifica l’Anticristo con un Papa dei tempi ultimi sulla falsariga di quanto si legge in 2 Tess 2: “L’avversario, che si innalza sopra tutto quello che è chiamato Dio o che è oggetto di venerazione al punto di sedersi egli nel tempio di Dio“.
L’identificazione di Leone X, e, nel proseguo della riflessione, di tutti i Papi, con l’Anticristo, costituisce la premessa di due successivi approdi della Responsio, mentre tutt’e tre i passaggi prefigurano sviluppi importanti della teologia luterana e riformata, anche per quel che concerne la dottrina della Fede e della Grazia (sulla formazione della teologia luterana vedi anche il nostro qui).

É importante soffermarsi un poco sulla premessa. Il problema di Lutero nasce dal confronto tra la situazione a lui contemporanea di Roma e della Chiesa, giudicata “un regno di peccato”, e la promessa di Cristo: “Et ego dico tibi quia tu es Petrus e super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et portae inferi non prevalebunt“. Naturalmente il monaco agostiniano non dubita in alcun modo delle parole del Signore ed è perciò sospinto a ritenere che, se la Chiesa visibile è “una cloaca in cui è incarcerato lo Spirito Santo” (WA, 7, 716), è perché la “petra”, sulla quale si vuole fondata sin dal principio la Chiesa di Roma, è un uomo e dunque necessariamente un peccatore, e le “porte dell’inferno prevalgono quando conducono al peccato”: “Stet ergo, portas inferi non prevalere adversus neque petram neque Ecclesiam. Portae autem inferi praevalent, quando in peccatum perpellunt” (WA 7, 708).
Lutero allora chiede al Catarino “di ammettere che il Papa, che egli chiam[a] pietra, e coloro che, a lui soggetti nell’amministrazione visibile [sic!], sono edificati su questa pietra e sono chiamati Chiesa, peccano e hanno in qualche modo peccato” (WA 7, 709) oppure di dimostrare il contrario, “perché altrimenti saremo liberi di rifiutare e di giudicare gli statuti, i canoni e tutte le cose del Papa in quanto si sospetterà che esse provengano da Satana piuttosto che dallo Spirito Santo” (WA, 7, 713).
In realtà per Lutero la vera “pietra” su cui Cristo edifica la “sua Chiesa” è il fondamento della congregati fidelium, dunque della comunità di coloro che hanno fede in Cristo, ed è perciò Cristo stesso – infatti la “petra certa” su cui è edificata una “ecclesia certa” (WA 7, 710) è “solamente Cristo” il quale “soltanto è certamente senza peccato e rimane fermo e con lui la sua santa Chiesa nello Spirito” (WA 7, 709).

Se il Papa, da millecinquecento anni (ma nella logica dell’Eresiarca potrebbero essere anche alcuni secoli o pochi decenni), oscura e nasconde il vero fondamento che è Cristo, la sua Chiesa, ed è questo il secondo approdo di Lutero, è necessariamente una realtà capovolta, una chiesa anticristica e una neochiesa rispetto alla vera Chiesa che nascostamente (almeno fino alla Riforma) continua a fondarsi su Cristo. La neochiesa si erge su un uomo peccatore, probabilmente il peggior peccatore – su un corpo corrotto dal peccato che si annuncia al mondo come Vicario di Cristo -, e su un luogo, Roma (WA 7, 720), e ciò in modo tale che “se luogo e persona sono necessari alla salvezza, è conseguenza che coloro che hanno e coltivano quel luogo e quella persona”, e non Cristo, “sono salvi e santi”.
La subordinazione dell’annuncio del Verbo a un corpo peccatore e a un luogo di peccato – della congregatio fidelium a un’apparizione storica – non è altro, per Lutero, che la configurazione concreta e ben visibile dell’inversione del rapporto tra Verbo e ragione umana la quale sta all’origine della corruzione degli ordinamenti e della loro consegna al dominio del diavolo. Di qui il senso evidente del rifiuto degli “statuti, dei canoni e di tutte le cose del papa”, della “giurisdizione romana”, dell’interpretazione di chi cambia il “volto” della Scrittura e trasforma la Bibbia in un’opera di maschere (“biblia scenica”) affermando in tal modo il proprio dominio, quello degli “scelerata dogmata” e naturalmente quello della Chiesa romana e del suo “idolus romanus”  (WA 7, 714, 716, 720).

Dimostrato il falso fondamento della “neochiesa” romana e la sua natura anticristica, Lutero rivela alla Cristianità la vera “Chiesa di Cristo”, fondata da e su Cristo. É questo il terzo approdo della Riforma che prelude alla dottrina luterana sulla giustificazione e alla distruzione dell’ordine della Chiesa e dei Sacramenti. Così la Chiesa, che non può fare a meno dei luoghi e delle persone, non può però fondarsi su un luogo o su una persona bensì soltanto sulla fede in Cristo. É l’eliminazione dell’autorità dal sistema cattolico che cessa di essere tale. La Chiesa, scrive Lutero, “non può essere vista ma soltanto creduta attraverso il segno del Verbo [per signum verbi] che non si può pronunciare se non nella chiesa con l’ausilio dello Spirito Santo […] infatti Cristo attraverso il verbo vocale distoglie i cristiani dalle cose, dai luoghi e dai corpi e non li conduce alle cose, ai luoghi e ai corpi nei quali si trovano già per propria natura” (WA 7, 722).

Come si vede l’uomo, una volta accettata la premessa della anticristicità della Chiesa visibile, ritenuta sulla scorta della pericolosa confusione tra la persona/corpo del Papa e il suo ufficio (vedi le nostre recenti osservazioni qui), è subito chiamato ad abbandonarla per cercare la vera chiesa e la vera sequela di Cristo occultata dall’usurpatore romano, ed è quindi trascinato nella radura desolata dell’attesa e della sola fede, di un accadere apocalittico che in realtà non è più che una turpe illusione dell’anima smarrita. In questa radura senza autorità e discernimento tutto appare possibile, soprattutto il sogno dell’agognata chiesa autentica, di un luogo ormai estraneo al Cattolicesimo romano.
Questi tre passaggi o approdi rappresentano dunque le fasi necessarie e regolari di un processo che inizia con un’antica tentazione. Probabilmente, se Lutero non avesse pensato l'”Anticristo romano”, sarebbe morto cattolico, ed è oggi doloroso fare previsioni sullo sviluppo spirituale di coloro che, nel campo del Tradizione od ormai oltrepassati i suoi consueti confini, si oppongono a ogni possibilità di orientarsi al luogo-Roma e alla Chiesa guidata dal corpo-Francesco nel suo ufficio petrino.

 

Vigiliae Alexandrinae