La validità dei sacramenti dell’ordine e della cresima dopo il 1968 (I parte)

Una querelle sulla validità dei Sacramenti agita una parte del mondo cattolico dopo la promulgazione del nuovo Pontificale Romano nel 1968. Alcuni ritengono che dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965), il quale, sotto pretesto pastorale, si è allontanato oggettivamente dalla Tradizione apostolica[1] e, dopo il Novus Ordo Missae (1969), che quanto al rito si è distaccato dalla Messa di Tradizione apostolica[2] canonizzata nel 1570 da S. Pio V[3], quasi tutti i Sacramenti (specialmente l’Ordine e la Cresima) conferiti siano invalidi per difetto di forma, materia o intenzione. Ora è un fatto che il rito della Nuova Messa è “nocivo alle anime”[4], ma è parimenti un fatto che ha conservato la sostanza della forma consacratoria: “Questo è il mio corpo” e “Questo è il mio sangue”[5]. Quindi la forma di consacrazione dell’Eucarestia nella Nuova Messa in sé è valida, anche se il rito che circonda la sostanza del Sacramento dell’Eucarestia è nocivo[6]. Se si studia la materia, la forma e l’intenzione dei Sacramenti ritenuti dubbi o certamente invalidi dopo il 1968 (specialmente Sacerdozio/ Episcopato e Cresima) si arriva alla medesima conclusione: la sostanza resta[7].

Mutazione sostanziale e mutazione accidentale

Secondo i teologi Soto, Suarez, Gotti e Billot, ma non S. Roberto Bellarmino, Cristo non ha istituito tutti e sette i Sacramenti indicando esplicitamente la materia e la forma (come ha fatto per il Battesimo[8] e l’Eucaristia), ma si è limitato a indicare il loro scopo o la grazia che debbono produrre, lasciando alla Chiesa, ossia agli Apostoli, il compito di determinare il rito in particolare.

Per quanto riguarda la Cresima[9] e l’Ordine, secondo Scoto, Lessio, Billuart, Soto, De Lugo, Gotti, Billot, De Guibert, Van Noort, E. Hugon e Galtier, Gesù li ha istituiti con determinazione generica, lasciando alla Chiesa la facoltà di determinare meglio gli elementi essenziali (cfr. A. Piolanti, voce “Ordine”, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1952, vol. IX, col. 223).

Pietro Palazzini scrive: «quanto all’integrità della materia e della forma, per la validità del Sacramento occorre distinguere tra mutazione sostanziale (che rende nullo il Sacramento) e mutazione accidentale (che conserva la validità del Sacramento, pur essendo la mutazione peccaminosa per chi la introduce). Si ha la mutazione sostanziale della materia e della forma quando il cambiamento o la separazione degli elementi e delle parole è tale da doversi non considerare più quella forma o materia, ma un’altra[10]. Come criterio valutativo di simili alterazioni della materia e forma non si ricorre alle formule scientifiche, ma alla maniera comune di pensare dei fedeli, sufficientemente istruiti nello studio del catechismo. Infatti i Sacramenti sono istituiti per tutti e sono alla portata di tutti i fedeli. Quindi anche la valutazione dei loro elementi (materia/forma/intenzione oggettiva) deve essere fatta in base a un criterio accessibile a tutti e non riservato a un’élite di persone. Poi si ha mutazione accidentale quando, nonostante il cambiamento attuato, la materia (la forma e l’intenzione oggettiva) resta la stessa a giudizio comune, sia pure che si contravvenga da parte di chi ha apportato la mutazione accidentale ad una irriverenza gravemente peccaminosa nei confronti dei Sacramenti» (Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1953, vol. X, col. 1579, voce “Sacramenti”; cfr. A. Lanza – P. Palazzini,Sacramenti e vita sacramentale, Roma, Studium, 1957).

«La Chiesa, fondandosi sul Nuovo Testamento e sui Padri ecclesiastici, ha solennemente definito nel Concilio di Trento (DB 844) il fatto che Gesù ha istituito tutti e sette i Sacramenti pur lasciando [il Concilio] libertà sul modo in cui lo ha fatto» (Dizionario di Teologia dommatica, Roma, Studium, IV ed., 1957, p. 371, voce “Sacramenti” a cura di A. Piolanti).

L’Ordine Sacro

«Il rito dell’ordinazione presbiterale da principio era molto semplice: imposizione delle mani e invocazione dello Spirito Santo; poi si andò gradualmente arricchendo di nuovi elementi sotto l’influsso gallicano» (A. Piolanti, I Sacramenti, Roma, Coletti, 1959, p. 270), al quale piaceva arricchire i semplici riti antichi[11]. Inoltre «l’unzione delle mani è una novità occidentale, che i greci non conoscono» (A. Piolanti, 1959, cit., p. 272)[12].

San Paolo (I Tim., IV, 14) quanto alla materia parla solo dell’ imposizione delle mani. Gli Atti degli Apostoli (VI, 6; XIII, 3) non precisano le parole della forma del Sacramento. LaTraditio apostolica di S. Ippolito[13], che è ritenuta il più antico Rituale Romano[14], parla di preghiera  che accompagna l’imposizione delle mani[15].

«Perciò [secondo la Sacra Scrittura e la Tradizione] il rito essenziale del conferimento degli Ordini sacri consiste nell’imposizione delle mani unita a una preghiera (At., VI, 6; ivi, XIII, 13; II Tim., I, 6). La consegna degli strumenti e tutti gli altri riti sono delle venerande cerimonie complementari introdotte lentamente dagli usi delle varie Chiese e finalmente incorporate nel Pontificale Romano» (Dizionario di Teologia dommatica, Roma, Studium, IV ed., 1957, p. 294, voce “Ordine” a cura di A. Piolanti).  La sostanza del Sacramento non va confusa col Rito liturgico che l’accompagna: essa è il segno, che simboleggia e significa con segni sensibili e parole (materia/forma) la grazia che il Sacramento contiene e produce realmente.

Per quanto riguarda il Pontificale Romano gli studi di P. Battifol[16], di P. de Puniet[17], di V. Leroquais[18] e di M. Andrieu[19] dimostrano che la raccolta scritta delle formule utilizzate dai vescovi iniziò tra il V-VI secolo, mentre come libro a sé il Pontificale rimonta all’VIII secolo, poi esso fu compiuto nel XIII secolo e promulgato da Clemente VIII nel 1596. Dunque «La Chiesa può variare tutte quelle cerimonie accidentali che essa ha stabilito attorno al Sacramento. Invece è sottratta alla Chiesa la sostanza del Sacramento, cioè quegli elementi  che Gesù volle essenziali e immutabili, ossia il segno, che simboleggia e significa la grazia che il Sacramento contiene e produce realmente (Conc. Tr., sess. XXI, cap. 2, DB 931; Pio XII Cost. Apost. Sacramentum Ordinis, 30 nov. 1947, DB 3001). La sostanza dei Sacramenti permane immutabile quale Gesù Cristo l’ha fissata fino alla fine del mondo» (A. Piolanti, 1959, cit., p. 423).

Per quanto riguarda l’Ordine Sacro «Il rito essenziale dell’ ordinazione sacramentale è la sola imposizione delle mani (materia) con l’invocazione dello Spirito Santo (forma) che specifica l’applicazione della materia. La Costituzione Sacramentum Ordinis di Pio XII precisa che l’unica materia è l’imposizione delle mani e l’unica forma sono le parole che significano il fine del Sacramento, ossia il potere dell’ordine e la grazia dello Spirito Santo» (A. Piolanti, 1959, cit., p. 684).

Ciò vuol dire che «la consegna degli strumenti è stata introdotta molto tardi e quindi la Chiesa non ha mutato la sostanza del Sacramento, cioè il suo scopo e la grazia che contiene e produce realmente. Infatti ciò non è possibile poiché la Chiesa stessa ha dichiarato infallibilmente di non avere questo potere (Conc. Tr., sess. XXI, cap. 2, DB 931),  ma ha l’autorità di aggiungere altri elementi ad esso (Riti liturgici) affinché il signum abbia miglior capacità di significare [la grazia che contiene]. Sotto questo aspetto la sostanza e l’immutabilità del Sacramento non viene toccata. Ossia sotto l’aspetto formale il rito sacramentale nella sua sostanza ha il fine di evocare l’intenzione di ciascun Sacramento; ora sotto questo aspetto il rito del Sacramento è immutabile, come insegna il Concilio di Trento; non così però nell’ aspetto materiale del rito, che circonda la sostanza del Sacramento, il quale può variare. Di qui la conclusione: eccetto che Cristo abbia disposto diversamente, non c’è nessun impedimento per l’ arricchimento del Rito sacramentale  nel suo aspetto materiale. La Chiesa ha potuto col passar del tempo arricchire il Rito sacramentale nella sua materialità con l’ unzione delle mani, la consegna degli strumenti. Perciò è perfettamente ammissibile che a significare la grazia del Sacramento dell’ Ordine basti l’imposizione delle mani, come si può dedurre dalla Epistola di San Paolo a Timoteo e che successivamente, questo signum sostanziale sia stato ulteriormente determinato da parole e preghiere nell’elemento materiale del Rito che circonda la sostanza del Sacramento. Ciò spiega la mancanza delle parole sino al Canone di Ippolito» (A. Piolanti, 1959, cit., p. 691 e 693).

Continua…

Augustinus

Fonte: Si Si No No – Periodico cattolico antimodernista

 Cfr. Br[1]unero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009; Id., Tradidi quod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010; Id.,Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011; Id., Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011; Id., La Cattolica. Lineamenti d’ecclesiologia agostiniana, Torino, Lindau, 2011.

[2] Cfr. A. Vigourel, Le canon romain de la Messe, Parigi, 1915; A. Fortescue, La Messe,Parigi, 1921; B. Botte, Le canon de la Messe Romaine, Lovanio, 1935; Ph. Oppenheimer,Canon Missae primitivae, Roma, 1948.

[3] S. Pio V, dopo il Concilio di Trento, mise ordine nel rito della Messa, sia in teoria che inpratica, tanto che ancora oggi si usa parlare “impropriamente” di Messa di San Pio V a riguardo del rito romano di sempre, il quale, invece, è di Tradizione apostolica (cfr. Michael Davies, La Riforma liturgica Anglicana, tr.; Id., The Liturgical Revolution, 3 voll., Roman Catholic Books/Angelus Press, Dickinson, Texas,  1976-1980). Monsignor Klaus Gamber  (Die Zelebration “versus populum”, in Ritus modernus. Gesammelte Aufsätze zur Liturgiereform, Regensburg, Pustet, 1972, pp. 21-29; tr. it., Chiesa viva, n. 197, 1989, pp. 16-18) dimostra in numerosi studi che la Messa detta di San Pio V è la Messa di Tradizione apostolica e che nella Chiesa primitiva e durante il Medioevo, fu norma rivolgersi ad oriente durante la preghiera. Nel corso della XVIII Sessione, il Concilio di Trento designò una Commissione incaricata di esaminare il ‘Messale Romano’, direvisionarlo, e di restaurarlo. Non si trattava di fare un nuovo Messale, come ha fatto Paolo VI nel 1969, ma di restaurare quello di Tradizione apostolica, facendone un’edizione critica, servendosi dei migliori manoscritti e di altri documenti. Il 13 luglio 1570, con la bolla ‘Quo primum tempore’, San Pio V promulgava il Messale restaurato. Il titolo era “Missale Romanum ex decreto SS. Concilii Tridentini restitutum”. Ossia “riportato, restituito” filologicamente alla sua pura origine apostolica, che fu trasmessa da Gesù a S. Pietro e da questi ai suoi successori, l’ultimo dei quali a mettervi le mani fu S. Gregorio Magno (†604). Il Messale del 1570, in maniera prossima, fu il risultato pratico delle direttive date durante e subito dopo il Concilio di Trento. Ma, per quanto riguarda l’Ordinario, il Canone, il Proprio del tempo e ben altri punti, fu, in maniera remota, una restaurazione filologica del Messaleromano del 1474, il quale riprendeva a sua volta, su tutti i punti essenziali, la pratica della Chiesa romana all’epoca di Innocenzo III (†1216), pratica che proveniva a sua volta dall’uso liturgico in vigore ai tempi di S. Gregorio Magno e dei suoi successori nel VI secolo. In breve, il Messale del 1570 era, per l’essenziale, l’uso liturgico dominante dell’Europa medioevale dei Padri ecclesiastici e dei Dottori scolastici. I cardinali Ottaviani e Bacci nelCorpus Domini del 1969 chiesero a Paolo VI di abrogare il Novus Ordo Missae in quanto “legge nociva per le anime” (“Lettera di presentazione al Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae”). La ‘nota n° 1’ del “Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae” riporta le seguenti citazioni: «Le preghiere del nostro Canone si trovano nel trattato De Sacramentis(fine del IV-V secolo) […]. La nostra Messa risale, senza mutamento essenziale, all’epoca in cui si sviluppava per la prima volta dalla più antica liturgia comune [circa trecento anni dopo Cristo]. Essa serba ancora il profumo di quella liturgia primitiva, nei giorni in cui Cesare governava il mondo e sperava di poter  spegnere la Fede cristiana; i giorni in cui i nostri padri si riunivano avanti l’aurora per cantare un inno a Cristo come a  loro Dio [cfr. Plinio junior, Ep. 96]. Non vi è, in tutta la cristianità, rito altrettanto venerabile quanto la Messa romana» (A. Fortescue, La Messe, Parigi, Lethielleux, 1921); «Il Canone romano risale, tale e quale è oggi, a San Gregorio Magno. Non vi è, in Oriente come in Occidente, nessuna  preghiera eucaristica che, rimasta in uso fino ai nostri giorni, possa vantare una tale antichità! Agli occhi non solo degli  ortodossi, ma degli anglicani e persino dei protestanti che hanno ancora in qualche misura il senso della Tradizione, gettarlo a mare equivarrebbe, da parte della Chiesa Romana, a rinnegare ogni pretesa di rappresentare mai più la vera Chiesa Cattolica» (P. Louis Bouyer, Mensch und Ritus, 1964).

[4] «Esaminato e fatto esaminare il Novus Ordo – proseguono i due Cardinali – sentiamo ildovere, dinanzi a Dio ed alla Santità Vostra, di esprimere le considerazioni seguenti: Comedimostra sufficientemente il pur ‘Breve Esame Critico’ allegato […] il Novus Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, […] rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i “canoni” del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del Magistero. […].  Sempre i sudditi, al cui bene è intesa una legge, laddove questa si dimostri viceversa nociva, hanno avuto, più che il diritto, il dovere di chiedere con filiale fiducia al legislatore l’abrogazione della legge stessa» (A. Ottaviani – A. Bacci).

[5] S. Tommaso, S. Th., III, q. 78, a. 2 e 3; cfr. R. Garrigou-Lagrange, De Eucharistia, Torino, Marietti, 1943 p. 177-183; A. Piolanti, De Sacramentis, Torino, Marietti, 1959, pp. 329-334.

[6] Cfr. A. X. V. Da Silveira, La Nouvelle Messe de Paul VI. Qu’en penser?, Chiré-en-Montreuil, DPF, 1973.

[7] Cfr. R. Bellarmino, De Sacramentis, Venezia, 1599; J. B. Franzelin, De Sacramentis,Roma, Gregoriana, 1911, L. Billot, De Ecclesiae Sacramentis, Roma, Gregoriana, 1915, V ed., I vol., pp. 1-222.

[8] “Battezzando nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt., XXVIII, 19): in Matteo l’acqua è implicitamente significata nella parola ‘battezzare’ che significa ‘lavare’, mentre è esplicitata in Gv., III, 5; IV, 1-2; IX, 1-6. Per l’Eucarestia: «Gesù prese del pane e disse: “Questo è il mio corpo”, prese il calice [di vino] e disse: “Questo è il mio sangue”» (Mt., XXVI, 26-28).

[9] Paolo Galtier, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, col. 856, voce “Cresima. Galtier è uno dei teologi che insegna la determinazione generica dei Sacramenti da parte di Cristo, tranne il Battesimo e l’ Eucarestia, e quella specifica lasciata alla Chiesa.

[10] Per esempio, 1°) si ha la mutazione sostanziale della materia della Eucarestia quando si mette l’aceto al posto del vino perché si passa da una sostanza (vino) ad un’altra essenzialmente diversa (aceto); 2°) si ha la mutazione accidentale: quando si usa del vino un po’ invecchiato, ma non inacidito. Invece si ha 3°) la mutazione sostanziale della formadel Battesimo, quando si passa dalla formula: “Ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” ad una frase essenzialmente diversa: “Ti benedico in nome di Dio”; 4°) si ha infine la mutazione accidentale del Battesimo quando si aggiunge alla forma dovuta: “e nel nome di Maria Vergine”. Ogni fedele, e non solo i teologi, capisce che il vino invecchiato è sempre vino, mentre l’aceto non è più vino. Così pure sentendo l’aggiunta del nome di Maria Santissima alla forma dovuta capisce che la sostanza del Sacramento è rimasta, mentre se si omette la parola “ti battezzo” ed anche “nel nome del Padre, Figlio e Spirito Santo”, comprende che la forma non è più la stessa, ma una sostanzialmente diversa.

[11] Cfr. A. Lanza – P. Palazzini, Principi di Teologia morale. Roma, Studium, 1957, vol. III, Sacramenti e vita sacramentale, p. 331, nota 24.

[12] Cfr. G. Van Rossum, De essentia Sacramenti Ordinis, Roma, Pustet, 1931.

[13] Padre Paolo Galtier s. j., professore di Teologia preso l’Università Gregoriana, definisce la Traditio apostolica “la più antica descrizione liturgica pervenutaci all’inizio del III secolo” (in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, col. 856, voce “Cresima”). S. Ippolito è l’autore della Tradizione apostolica, che tratta delle ordinazioni dei Vescovi, Presbiteri e Diaconi; essa dà inoltre un gran numero di regole riguardanti il Rituale liturgico ecclesiastico specialmente sul Battesimo, l’Eucarestia, le preghiere e i funerali. Il testo latino della Traditio apostolica è stato curato e pubblicato da B. Botte (Parigi, 1946), ne esistono anche le versioni in copto, arabo ed etiopico.

[14] Il Rituale Romano nella sua versione definitiva risale a Paolo V (1614) esso raccoglie ilSacramentario Leoniano del V secolo, il Sacramentario Gelasiano dell’inizio del VI secolo e il Sacramentario Gregoriano della fine del VI secolo. Cfr. Ph. Oppenheim, Institutiones Liturgicae, Torino-Roma, Marietti, 1937; Id., De Libris liturgicis, Torino-Roma, Marietti, 1940; Id., Tractatus de textibus liturgicis, Roma, 1945.

[15] Cfr. J. Tixeron, L’Ordine e le Ordinazioni, Brescia, 1939; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, Milano, 1945; R. Aigrain a cura di, Enciclopedia liturgica, Alba, 1957; P. Alfonso, I riti della Chiesa, Roma, 1945.

[16] Introduction au Pontifical Romain, Parigi, 1919.

[17] Le Pontifical Romain, Parigi, 1930.

[18] Les Pontificaux, Parigi, 1937.

[19] Les origines du Pontifical Romain, Lovanio, 1931.

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