La Sofistica Classica Antenata del Nichilismo Contemporaneo e della Nouvelle Theologie (parte II)

LA SECONDA SOFISTICA

a) L’utilitarismo edonistico di Prodico
Prodico nacque a Ceo attorno al 470 a. C. Il suo sistema filosofico più che essere antimetafisico si disinteressa dell’ultra-sensibile e cerca di ottenere l’utilità in ogni cosa divenendo l’antenato dell’utilitarismo sensitico del XVIII secolo.

Egli ha scritto un Trattato di sinonimia per aiutare i retori a servirsi bene del linguaggio e dei termini sinonimi con una funzione solamente pratica onde manipolare l’opinione pubblica e persuadere gli uomini che il Sofista ha ragione. La Sofistica non è speculativa, osserva i fenomeni, descrive i fatti, ma è caratterizzata da un grande vuoto metafisico e antropologico. Infatti nessuno dei Sofisti ha spiegato cosa è l’uomo e quindi quali fossero i suoi bisogni reali e non apparenti (l’arte di ben parlare per convincere gli ascoltatori che si ha ragione). I Sofisti hanno perso di vista l’essere, la verità e la virtù.

La riflessione morale di Prodico è espressa nel mito di “Eracle al bivio”, riportato da Senofonte (Memorabili, II, 1, 21-34). In questo mito sotto forma di dialogo si affrontano Areté e Kakìa, ossia la Virtù e il Vizio. Kakìa o il Vizio parla esplicitamente ed invita al più sfrenato e depravato edonismo. Aretè invece per molti rappresenta la Virtù in senso morale, ma, come giustamente notano Giovanni Reale e S. Zeppi, essa nel dialogo in questione è l’Abilità perché parla in termini di utilitarismo e non di bene o male etico. Tutti i suoi precetti sono imperativi ipotetici (se esiste una verità oggettiva allora bisogna far così…), finalizzati all’acquisizione di vantaggi pratici per vivere meglio quaggiù, come avrebbe detto Kant nella Critica della ragion pratica circa duemila anni dopo.
Prodico, addirittura, si spinge sino alla divinizzazione dell’utilità umana. Infatti l’utile per l’individuo è non solo il fondamento dell’etica ma anche della teologia. Gli Dèi per Prodico, scrive Sesto Empirico (Contro i matematici, IX, 18 e 52), vanno considerati in ragione del vantaggio o dell’utilità che apportano all’uomo.

b) Il naturalismo amorale di Ippia
La seconda e terza Sofistica contrappone legge (nomos) e natura (physis) per svalutare la legge e renderla una pura convenzione umana. In Protagora e Gorgia non si era ancora giunti a tanto.

Ippia di Elide (V secolo) è il teorico dell’enciclopedismo, ossia del sapere tutto e poter far tutto (cfr. Platone, Protagora, 315 b-c; Ippia maggiore, 285 b ss.; Ippia minore, 368 b ss.). a tale scopo ha messo a puto un sistema mnemotecnico per ricordare una grande quantità di nozioni.

Tuttavia il punto più importante del suo sistema filosofico è l’amoralismo. Infatti Ippia considera la legge o morale, come “la tiranna degli uomini” (v. Platone, Protagora, 337 c), la quale vìola la natura. Egli quindi non solo distingue ma contrappone la legge (come qualcosa di negativo) alla natura (come qualcosa di positivo). La natura poi è la possibilità e il dovere di far ciò che si vuole. Questa concezione porta alla dissacrazione della Legge naturale e alla violazione per principio delle leggi umane o civili, in breve è la porta aperta all’anarchismo.

c) Il naturalismo immorale di Antifonte
Di Antifonte possediamo poche notizie. Si sa che è vissuto nel V secolo a. C. e ha scritto un’opera intitolata La Verità. Essa è stata scoperta solo dopo il 1915 da alcuni papirologi. In Italia E. Bignone (Studi sul pensiero antico, Napoli, 1938) ha contribuito molto a far conoscere Antifonte. Egli ha radicalizzato l’immoralismo di Ippia ed ha portato al limite della rottura il rapporto tra legge e natura o libertà istintiva. Gli uomini devono trasgredire la legge per seguire gli istinti naturali sotto pena di cessare di essere veri uomini. Antifonte ha teorizzato anche il totale egualitarismo escludendo ogni diversità accidentale tra uomini, città e Nazioni. La terza Sofistica porterà al parossismo le conclusioni sovvertitrici della ragione e della morale della seconda Sofistica.

LA TERZA SOFISTICA

a) L’ateismo di Crizia
La terza Sofistica propugna un “immoralismo quasi totale”. Crizia, nato ad Atene verso il 460 e moto nel 403 a. C., ben più degli altri Sofisti dissacrò il concetto della Divinità, considerandola uno spauracchio introdotto per frenare i malvagi e far rispettare le leggi (v. Sesto Empirico, Contro i matematici, IX, 54).

b) L’elogio della prepotenza di Trasimaco
Trasimaco nacque a Calcedonia in Bitinia verso gli ultimi decenni del V secolo a. C. Egli afferma che la giustizia consiste nel vantaggio del più potente (v. Platone, Repubblica, I, 338 c) e quindi la giustizia è un bene per il prepotente e un male per la sua vittima: l’uomo buono, onesto e giusto avrà sempre e solo svantaggi, mentre il prepotente, l’ingiusto e il malvagio solo vantaggi.

c) Il superuomo di Callicle
Callicle lo troviamo presentato nel Gorgia di Platone. Egli è un personaggio letterario e non storico, ma rappresenta una corrente di pensiero della terza Sofistica che prelude al superomismo nicciano. Il più forte deve sempre sopraffare il più debole, la legge è sempre contro la natura ossia contro gli istinti materiali che devono essere sempre soddisfatti e mai educati. L’uomo forte o il “superuomo”, che soggioga e sottomette i deboli è il dio di Callicle (Platone, Gorgia, 483 c-d; 484 a).

CONCLUSIONE

Come si vede ogni errore teologico, politico, sociale, economico e morale lo si trova già espresso in filosofia. Da qui la necessità di uno studio serio e critico della storia della filosofia alla luce della vera filosofia metafisica di Platone, Aristotele e S. Tommaso d’Aquino per capire le moderne deviazioni teologiche, politico/sociali ed economico/finanziarie.

Gli errori della modernità nominalistica (XIV secolo), umanistica (XV secolo), rinascimentale (XVI secolo), il machiavellismo, il cartesianismo (XVII secolo), l’illuminismo sensista britannico (XVIII secolo), l’idealismo germanico da Kant a Hegel (XIX secolo) e quelli della post-modernità nichilistica (Nietzsche, Marx, Freud, Scuola di Francoforte e Strutturalismo francese) sono stati posti già nel V secolo a. C. dalla Sofistica, confutata da Platone ed Aristotele, che sono i pilastri su cui S. Tommaso d’Aquino ha costruito il suo edificio metafisico dell’essere come atto ultimo di ogni perfezione, il quale ha sublimato il concetto platonico di partecipazione e di causalità efficiente e quello del realismo moderato, dell’analogia e della metafisica della sostanza di Aristotele. Se quindi vogliamo scrollarci di dosso il giogo dei “sofisti” che dirigono politicamente il “Nuovo Ordine Mondiale” e teologicamente “l’Onu delle religioni” dobbiamo ricorrere alla metafisica tomistica come rimedio al male del mondo moderno che, come scriveva S. Pio X nell’Enciclica Pascendi (1907), “è un male dell’intelligenza: l’agnosticismo!”.

Contro ogni Sofistica vale sempre ciò che scriveva Aristotele a proposito di coloro che negano l’evidenza: “Eraclito dice di negare il principio di non contraddizione, ma allora perché va a Megara e non se ne sta tranquillo a casa pensando di camminare? E perché non si getta nel pozzo, ma si guarda bene dal farlo proprio come se pensasse che cadere non è lo stesso che non cadere?” (Metafisica, IV, 4, 1008 b).

Onde “lo scettico coerente dovrebbe chiudersi nel mutismo assoluto, perché parlare vuol dire avere ed esprimere certezze. Quindi Cratilo finì col tacere e muoveva solamente il dito” (Aristotele, Metafisica, IV, 5, 1010 a).

In breve ogni uomo fuori della discussione filosofica è immancabilmente realista e per colui che diventa idealista nell’atto di filosofare vale sempre ciò che scriveva Aristotele riguardo ai sofisti del suo tempo: “non si crede a tutto ciò che si dice” (Metafisica, IV, 3, 1005 b).

Infatti lo scettico Pirrone “per coerenza si sforzava di non badare ai precipizi, ma, assalito da un cane, si impaurì, ben distinguendo un cane da un agnello” (Diogene Laerzio, Raccolta delle vite e delle dottrine dei filosofi, IX, 2).

Poi Aristotele concludeva: “È ridicolo andare in cerca di ragioni contro chi, rifiutando il valore della ragione, non vuol ragionare” (Aristotele, Metafisica, IV, 4).

 

d. Curzio Nitoglia

Parte prima