La “Grande Bellezza”

 Come pittore non rientro certamente fra coloro che al giorno d’oggi si presentano vantando più o meno presunte originalità atteggiandosi a novelli bohemien. Non nutro nessuna ambizione di proporre alcuna nuova corrente espressiva: sono solo un autodidatta che ha frequentato per circa dieci anni un atelier di un ottimo ed eclettico artista. Non ho imparato solo a conoscere le varie tecniche pittoriche e decorative, mi sono anche reso conto dell’intima sofferenza che si prova nel realizzare un’opera ispirata. (Allora,) Ho cominciato a farmi molte domande sulla inconsistenza dell’arte moderna e contemporanea, parlo di quella che vuole identificarsi in varie nuove e spesso discutibili correnti ideologiche o di pensiero. Non sono uno storico ne un critico d’arte, desiderio solo esprimere il mio punto di vista maturato su concetti di bellezza dettati dalla sensibilità del mio animo.

Alcune espressioni della tanto quotata arte moderna e contemporanea come il dadaismo, l’astrattismo, il cubismo, ecc. mi trovano assai critico perché, ritengo, sembrano rifiutare l’idea d’aristotelica memoria, da me condivisa, dell’oggettivamente bello. Intuisco che queste forme espressive siano incapaci d’esaltare l’armoniosa realtà della natura, come punto di riferimento e d’ispirazione creatrice, per il semplice fatto che la restituiscono filtrata e deformata. Esse sono intrise di relativismo triste e malinconico di una evidente disarmonia interiore, esprimendo così una forma d’arte soggettivistica.

Quando ci si allontana dalla natura si approda nei lidi della disarmonia e del disordine.

Sono fra quelli che non dissociano l’opera dalla personalità dell’artista. Teoria oggi tanto rifiutata. Più è vacua l’interiorità di un artista, tanto più mediocre sarà la sua opera nel suo contenuto rappresentativo. Anche se può coesistere una genialità nell’esprimere la propria mediocrità interiore, essa è permeata da passioni e desideri disordinati, si confonde l’amore con il sesso e la bellezza con l’estetica. L’arte contemporanea o moderna, che dir si voglia, esalta l’estetica, pura rappresentazione esteriore superficiale e morta, anziché la bellezza, vivo e profondo anelito mistico dell’animo che cerca la verità. In sintesi, l’opera diventa lo specchio della propria vanità fatta troppo spesso di eccessi, sulla base di un idealismo pregno di cultura contro natura. Trovo che sia un’arte mistificatrice, nata dalla ridicolizzazione della formazione accademica, nel tentativo ideologico di distruggere la tradizione occidentale attraverso una forma snobistica elitaria radical-schic della non-arte. Ne consegue che anche l’ Accademia di oggi non distingue più l’arte concettuale da quella spirituale. E’ opinione di oggi, purtroppo insegnata e divulgata, che tutto ciò che si esprime in qualsiasi forma o mezzo sia da considerarsi arte. Non c’è niente di più ridicolo, stupido e contraddittorio della frase che spesso si sente dire per giustificare la propria ignoranza: “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace.”… Bah!!!

Che differenza fa?!

La differenza è che nell’arte concettuale tutto è permesso, anche la volgarità; trattasi infatti delle proiezioni dei propri disordini interiori. In quella spirituale si cerca d’esprimere la vera bellezza, quella di cui, la percepiamo intimamente “noi non ne siamo gli autori” e per la qual cosa, nonostante ciò, non possiamo non compiacerci: è ARTE.

Di conseguenza, ad esempio, considero con estrema diffidenza, l’“Action-Painting” (concetto idealistico della gestualità) con tutti i suoi orpelli dialettici i quali tentano di  mitigare quelle pulsioni soggettive esclusivamente istintuali e troppo spesso ossessive. L’erotismo freudiano è alla base di queste speculazioni mentali. Intravedo nel successo delle citate mode, più che il valore intrinseco delle stesse opere che, per lo più possono vantare esclusivamente valenze ornamentali, l’innegabile capacità persuasiva di ben identificabili correnti di pensiero, unitamente alla complicità di certa critica ed al non disinteressato coinvolgimento di galleristi e commercianti; certi che non si alzerà nessuna voce per gridare che “il re è nudo”. Fucina e commercio di tale non-arte sono le gallerie newyorkesi interessate solo a finalità finanziarie.  Comunque, con tutta onestà, non posso negare il dovuto riconoscimento all’intuizione e ne al talento di molti artisti del novecento. Il fatto è, che il problema, non è ne l’intuizione e ne il talento! E’ solo, la mia, una non condivisione di questo nuovo pensiero paradigmatico che si è formato attraversando le pieghe dei tanti tentativi, più o meno significativi, delle varie soluzioni espressive succedutesi nel tempo (fra queste, ad esempio, la corrente toscana dei “macchiaioli” e l’impressionismo francese ed altre sono da considerarsi con estremo  interesse ma che poi con l’andare del tempo sono degenerate fino ad un non accettabile eccesso.

Continua…

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