La Croce di Cristo: armonia dell’uomo con il reale

La necessità dell’armonia tra esistenza e realtà

Alcuni versi di Giuseppe Ungaretti (1880-1970) dicono: “Il mio supplizio è quando non mi credo in armonia.” Con queste parole il poeta vuole esprimere un fatto che è indiscutibile: l’uomo ha bisogno di costatare un’armonia tra sé e il reale. In che senso? Nel senso che l’uomo deve ritrovarsi nel reale. Non deve, cioè, giudicare la sua esistenza come qualcosa che sia fuori dal reale, perché a tale esistenza non si possa conferire un significato. Il non scorgere un’armonia tra vita e realtà causa fastidio. E’ il fastidio di dover scoprire fallita la propria vita: una scoperta che è un vero e proprio supplizio come deve ammettere Ungaretti.

L’uomo aspira alla felicità, ma la felicità in questa vita non può essere alternativa alla sofferenza, perché questa (la sofferenza) è purtroppo ineliminabile. Piuttosto la vera felicità può essere solo alternativa alla disperazione. Ovvero la felicità possibile consiste nell’evitare la disperazione; e la disperazione è proprio la costatazione che non può esserci armonia tra vita e realtà. Armonia da intendersi nel senso che abbiamo indicato prima: come scoperta di un significato, come convinzione che la vita risponda ad un progetto, ad una ragione.

Il discorso dell’armonia tra esistenza umana e realtà rimanda al dilemma fondamentale: l’uomo è “gettato” nel mondo o invece la sua vita risponde ad un progetto di amore? E’ l’alternativa tra il dominio dell’irrazionalità e il dominio della razionalità. Tra il non-senso e il senso.

Tra l’insignificato e il Significato. Benedetto XVI così disse ai giovani convenuti in San Pietro il 6 aprile del 2006: “Dio o c’è o non c’è. Ci sono solo due opzioni. O si riconosce la priorità della ragione, della Ragione creatrice che sta all’inizio di tutto ed è il principio di tutto – la priorità della ragione è anche priorità della libertà – o si sostiene la priorità dell’irrazionale, per cui tutto quanto funziona sulla nostra terra e nella nostra vita sarebbe solo occasionale, marginale, un prodotto irrazionale; la ragione sarebbe un prodotto della irrazionalità.”

La stoltezza di certo pensiero contemporaneo

Eppure la stoltezza umana può raggiungere livelli enormi. Ovviamente si tratta di quella stoltezza che non è semplice incapacità (se fosse così, non sarebbe colpevole), quanto piuttosto accecamento volontario dell’intelligenza. Un accecamento funzionale a deliranti costruzioni ideologiche. Il celebre esistenzialista Albert Camus (1913-1960), dopo aver costatato l’assurdità della vita a causa del proprio nichilismo, afferma che tale assurdità possa addirittura essere un’occasione propizia affinché l’uomo ricostruisca un sapere nuovo ed inizi una vita nuova. Insomma, l’assurdo come opportunità. Che stoltezza!

Cesare Pavese (1908-1950), anch’egli incapace di scorgere un Significato nell’assurdità della vita, è più onesto. La sua poetica è la dichiarazione di un fallimento: l’uomo non può essere felice nella costatazione dell’assurdo. L’unico esito è proprio il supplizio … per tornare ai versi di Ungaretti.

Solo la Croce risolve la questione

Dunque, l’uomo anela all’armonia tra la propria vita e il reale. La risposta cristiana è proprio in tal senso. San Bernardo di Chiaravalle (1090-1053) così scrive nel suo De diligendo Deo: “La prima volta che ha operato, ha dato me a me stesso, ma la seconda volta mi ha dato sé, e dandomi sé mi ha restituito a me stesso.” Ovviamente si riferisce a Dio. Egli, creando l’uomo, ha dato l’uomo all’uomo; offrendosi sulla Croce ha dato all’uomo Se stesso e, dando Se stesso, ha fatto sì che l’uomo fosse restituito all’uomo.

Soffermiamoci su questo concetto: Dio, morendo per l’uomo, ha restituito l’uomo all’uomo. Che vuol dire? Proprio ciò di cui abbiamo parlato prima. La Croce è la possibilità di far sì che l’uomo scopra finalmente l’armonia tra la sua vita e il reale. La sofferenza, il dolore e la morte non sono più uno scandalo. O meglio: continuano ad esserlo sul piano dell’esito, nel senso che rimangono conseguenze del peccato originale e quindi non previste e non volute nel progetto originario di Dio, ma non lo sono più sul piano del vivere, nel senso che ad esse c’è una risposta.

La Croce di Cristo è il faro che s’intravede tra le nebbie più fitte del vivere. E’ la luce che si può scorgere anche nella notte più buia. Gesù non è venuto a togliere la croce dalla vita dell’uomo, ma a renderla vivibile e capace di produrre frutti inimmaginabili: “Chi vuol seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Matteo 16). Gesù è lì, alla testa della fila che sale sul calvario. Se Lui non ci fosse, cadremmo disperatamente sotto il peso insopportabile della croce. Invece Egli è lì e l’uomo può guardare Lui per farsi coraggio. Cristo fa da “scia”. Come accade nel ciclismo (l’esempio non vuole essere irriverente). Quando il capitano è in difficoltà e perde terreno da coloro che sono alla testa della corsa, i gregari lo attendono e gli fanno da “scia”, lo invitano a mettersi alle loro ruote per aiutarlo a recuperare terreno. Cristo fa lo stesso. Ci attende sulla salita. Vediamo lui … e scaliamo. Se non lo vedessimo, sarebbe la fine.

Prima abbiamo citato Pavese non perché ciò che egli scrive costituisca una risposta convincente. Tutt’altro. La sua poetica è senza speranza: è il rifiuto della Risposta. Ma perché –come è stato già detto- è una poetica onesta. Egli fa capire che senza Risposta c’è solo il fallimento. Dice infatti ne Il mestiere di vivere che “La vita non è ricerca di esperienze, ma di se stessi. Scoperto il proprio stato fondamentale ci si accorge che esso combacia col proprio destino e si trova la pace.” Ecco che torna la questione dell’armonia. Pavese, con grande onestà intellettuale, afferma che non può esservi pace fin quando non si riesce a far “combaciare” il proprio stato, cioè la propria esistenza, con il “proprio destino”. E per “proprio destino” s’intende la comprensione del proprio essere nel mondo, di accorgersi cioè che c’è un fine per il proprio esistere. Ancora più vero è quando Pavese denuncia la stoltezza di una certa cultura libertaria per cui la vita sarebbe solo uno sperimentare situazioni sempre nuove.

Quante volte si sente dire che l’uomo vive veramente solo quando prova, vede e sperimenta. Come se il criterio giudizio fosse la prassi, l’azione. Pavese invece dice: “La vita non è ricerca di esperienze, ma di se stessi …” La vita è trovare se stessi, è trovare la propria posizione nel mondo. Combaciare con il destino è armonizzarsi con la realtà.

La Croce di Cristo è dissolvimento di ogni non-senso. La Croce di Cristo, come dice san Bernardo, restituisce l’uomo a se stesso, perché è la vera e l’unica possibilità che l’uomo ha di capire se stesso, di riconciliarsi con sé, di realizzare l’armonia.

C. Gnerre

Corrado Gnerre insegna antropologia filosofica presso l'Università Europea di Roma. E' inoltre scrittore e fondatore de "Il Cammino dei Tre Sentieri".