I finanziamenti dell’Isis.

La recente uccisione dei giornalisti giapponesi Haruna Yukawa e Kenji Goto, il precedente rapimento – e successiva liberazione – delle due giovani italiane Vanessa Marzullo e Greta Ramelli sono solo alcuni tra i più recenti casi di rapimenti a scopo di estorsione compiuti da organizzazioni terroriste in Medio Oriente e ripropongono il tema di come facciano tali gruppi a finanziarsi e dunque portare avanti la propria opera. Armi, munizioni, cibo, mezzi sono tutte cose che costano, anche se acquistate al mercato nero, e per tali gruppi è quindi necessario trovare di che soddisfare le proprie esigenze.

La questione diventa ancora più importante se pensiamo allo Stato Islamico (per esteso Stato islamico dell’Iraq e del Levante, Isil), che di fatto governa una vasta porzione di territorio iracheno e siriano impiegando una struttura quasi statale e nella quale i miliziani armati vengono stipendiati (si parla di almeno 550 dollari al mese) e dove funziona, a suo modo, perfino una sorta di burocrazia. Eppure la zona dove l’Isil opera è devastata dalla guerra, le attività economiche sono ridotte al minimo e il semplice imporre tasse alla popolazione non basterebbe mai a fornire sufficienti fondi. Perché invece l’Isil è considerato il più ricco tra i gruppi terroristi?

Sicuramente i rapimenti a scopo di estorsione sono un’importante fonte di proventi, comune del resto a tutta la galassia del terrorismo islamico: si rapiscono giornalisti, cooperanti o altri cittadini stranieri (meglio se occidentali o loro alleati) e si richiede un riscatto. Alcuni Paesi non pagano e questo porta spesso all’uccisione degli ostaggi documentata con video propagandistici (è capitato ai due giapponesi, ma anche ad americani e britannici). In molti altri casi invece trattative segrete possono portare a riscatti in denaro o altri benefici. Si stima che nell’ultimo anno l’Isil abbia ricavato circa 45 milioni di dollari solo da questa attività. A ciò vanno aggiunti traffici di armi e altri beni ed estorsioni a imprese; si arriva così a una cifra pari a circa 70 milioni di dollari in un anno.

Un’altra importante fonte di ricavi, spesso citata dai media, è costituita dalla vendita di petrolio. L’Isil controlla infatti numerosi pozzi petroliferi nel sudest della Siria e nel nord dell’Iraq, tramite i quali ha potuto produrre tra i 25 mila e i 50 mila barili al giorno almeno negli ultimi 5 mesi. Una quantità molto bassa (si pensi che la produzione irachena totale, al momento, è di circa 4 milioni di barili al giorno…), ma che contribuisce comunque a una buona fetta di proventi. L’Isil infatti vende greggio a prezzi ribassati, che diventano così particolarmente interessanti per eventuali compratori (tra cui Stati e gruppi vicini) e assicurano un costante flusso di denaro. Quanto? Non è possibile dirlo con precisione, ma sembra ormai assodato che il gruppo venda petrolio a 25-40 dollari al barile (il prezzo mondiale è attualmente attorno ai 47 dollari/barile, ma è stato anche sui 90-100 dollari/barile ad agosto 2014): ciò significa che l’Isil è in grado di incassare, all’incirca, l’ingente cifra di 1-2 milioni di dollari al giorno.

Per fermare questo flusso di denaro, negli ultimi mesi la coalizione internazionale schierata contro i terroristi dalle bandiere nere ha iniziato a bombardare i pozzi, le raffinerie e i camion cisterna che trasportano il greggio, ottenendo una riduzione delle vendite e, dunque, dei ricavi da parte dell’Isil. Eppure il gruppo sembra ancora ricchissimo…

Esso infatti può contare almeno su altre due fonti principali di entrate finanziarie. La prima proviene da quelli che potremmo definire sponsor del terrorismo: affaristi facoltosi, ricchi emiri, a volte perfino interi Stati che appoggiano la causa dell’Islam radicale e dunque decidono di sponsorizzarla facendo ingenti versamenti di denaro. Particolarmente importante sembra essere stato (e forse lo è ancora) l’appoggio di governi che hanno visto nell’Isil non tanto una minaccia quanto un utile strumento per portare avanti i propri interessi. Per quanto non esistano prove chiare, esistono forti sospetti che Paesi come l’Arabia Saudita abbiano finanziato l’Isil nei suoi primi anni di attività, in quanto movimento islamico sunnita in grado di opporsi agli sciiti iracheni sotto l’influenza dell’Iran, suo grande rivale nello scacchiere internazionale.

In altre parole, nel complesso gioco geopolitico del Medio Oriente, gruppi estremisti spesso ricevono segretamente fondi da Stati che così vogliono guidarne le azioni per i propri scopi: anche l’Isil ha beneficiato di tali vantaggi e – sospettano alcuni analisti – forse ne beneficia anche ora. Il trucco che viene usato per mascherare tali finanziamenti è basato sulla pratica dell’hawala: un modo per trasferire denaro tramite intermediari senza che esso figuri in alcun documento ufficiale, o senza che avvenga per via telematica, facilmente tracciabile dalle autorità. Il flusso di denaro risulta così molto difficile da individuare e da quantificare.

La seconda fonte di finanziamento è in realtà probabilmente quella più importante di tutte e anche quella spesso meno citata. Quando, nell’agosto del 2014, l’Isil conquistò Mosul, la seconda città dell’Iraq, il gruppo poté prelevare l’intera riserva di denaro della banca locale… quasi 500 milioni di dollari! È forse questo il vero tesoro del gruppo. Perché, se ci pensiamo, perfino i pur grandi proventi del petrolio non riescono ad avvicinarsi ancora a questa cifra ed è essa che ha consentito all’Isil di continuare a mantenere il suo apparato statale e proseguire nella propria guerra.

Una tale quantità di denaro però non durerà in eterno. Ecco perché è importante fermare le altre fonti di finanziamento, in primis l’aiuto che gli sponsor del terrorismo continuano ad offrire al gruppo. La guerra costa, anche per l’Isil.

La guerra costa e lo Stato Islamico la finanzia così, di Lorenzo Nannetti (www.terrasanta.net del 4/2/2015)