Gli italiani trucidati a Dacca sono morti di serie B?

Tatiana Santi

Le vittime italiane di Dacca, i 9 italiani torturati e ammazzati dagli estremisti islamici sono stati praticamente dimenticati. Ma dove sono tutti i “je suis”, il tricolore italiano sui profili facebook? Si tratta di morti di serie B?

Gli attentati terroristici purtroppo sono all’ordine del giorno, possiamo dire che dopo numerose stragi si fa un po’ il callo a notizie del genere. Stupisce un altro fatto però: le diverse reazioni dopo gli attentati avvenuti in Francia da una parte e in Bangladesh dall’altra, dove fra le 20 vittime trucidate dagli estremisti, 9 erano italiane. Sia da un punto di vista mediatico sia nel mondo dei social non è stato dato risalto all’accaduto, o almeno non come nelle stragi che hanno colpito la Francia, una fra tutte la redazione di Charlie Hebdo.

Nessun rappresentante del governo si è recato ai funerali delle vittime italiane trucidate a Dacca, non è stato indetto un lutto nazionale. Quanto vale la vita di un italiano? Che messaggio si lancia a Daesh e compagnia bella?

Gianluca Salviato
© FOTO: G. BELLINGARDO
Gianluca Salviato

Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione una persona che i tagliagole li conosce, e non per sentito dire. Si tratta del tecnico veneziano Gianluca Salviato, rapito dai terroristi islamici in Libia nel marzo 2014 e tenuto in ostaggio per 243 giorni, un’orribile esperienza raccontata nel libro “Quel mattino sulla strada di Tobruk”, firmato dal giornalista Francesco Cassandro.— Gianluca, hai scritto un libro sulla tua orribile esperienza di prigionia con i tagliagole. Come ti sei deciso a questo passo? Alla fine si è trattato stato di rivivere quei momenti, no?

— Mi ha spinto a scriverlo un mio amico giornalista, direttore de “Il Campoampierese” Francesco Cassandro. Mi ha detto che questa storia andava raccontata. Ci è voluto un bel po’, perché ho cominciato a gennaio 2015 e l’abbiamo pubblicato a novembre. Ho rivissuto un po’ questa storia, ci sono stati dei momenti in cui mi sono bloccato e non riuscivo ad andare avanti.

— Da una parte hai rivissuto quelle sensazioni orribili, però hai anche dato a tutti una testimonianza unica. È stato un gesto importante per gli altri.

— Credo che questo libro sia importante per gli altri, perché capiscano che cosa accade, che cosa si prova in quei momenti. Quando vieni catturato e poi liberato, se sei fortunato come me, in realtà le persone non si rendono conto di che cosa ti sia veramente accaduto, che cosa siano state per te quelle torture fisiche e psicologiche.

Bisogna raccontare alle persone che cosa combina Daesh.

— Proprio recentemente infatti in Bangladesh a Dacca degli estremisti islamici hanno torturato e ammazzato 9 italiani. Che cosa hai provato sapendo di questa strage?

— Io e mia moglie abbiamo seguito le notizie di questo sequestro e della strage. Soffriamo molto, sappiamo qual è la paura e il dolore. Io so che cosa vuol dire trovarsi davanti alla testa un kalashnikov, una pistola caricata, quando fanno finta di farti un’esecuzione. Questo attentato è stato estremamente feroce. Non è più un attentato contro un simbolo, come possono essere state le Torri Gemelle o Charlie Hebdo. Adesso si spara sulla massa e si arriva ad uccidere con il pugnale. Sono arrivati ad uccidere una donna incinta, torturandola prima. Non c’è più rispetto per la vita umana. Abbiamo provato in famiglia un dolore fortissimo quando abbiamo saputo di Giovanni Lo Porto, di Fausto e Salvo, i colleghi della Bonatti che sono stati uccisi.

— Dopo la strage degli italiani torturati e uccisi a Dacca, in rete non si è sollevato quel movimento di solidarietà, non si sono visti tutti quei “je suis”, come nel caso di Charlie Hebdo. Perché secondo te non c’è stato questo moto di solidarietà?

Io ho rispetto per tutte le vittime, anche quando hanno ucciso Giulio Regeni siamo rimasti malissimo, un ragazzo giovane così non può morire in quelle condizioni, è stato torturato anche lui. Sembra che ci siano però dei morti di serie A e di serie B. Gli italiani uccisi a Dacca erano dei lavoratori, degli imprenditori, gente che andava all’estero a portare in alto il nome dell’Italia, come faccio io e altre migliaia di lavoratori italiani. Questi italiani partono per l’estero e danno il massimo delle loro capacità, sono fieri di essere italiani quando sono fuori.

Mi è piaciuto molto il gesto del Presidente della Repubblica Mattarella: è stata posata la bandiera dell’Italia sulle bare arrivate da Dacca. Mi sarei aspettato però che ci fosse ai funerali almeno qualche rappresentante delle istituzioni.

— Non è stato proclamato nemmeno un giorno di lutto, anche se giravano voci in merito.

— Un giorno di lutto ci sarebbe voluto. Dieci persone uccise così, se contiamo anche il bimbo in grembo alla mamma, sono tante. Il giorno di lutto andava fatto. Da quello che ho letto ai funerali non c’erano ministri.

— Non si dà in questo modo un messaggio sbagliato allo stesso Daesh: uccidere un italiano non costa nulla?

— Io credo che si stia cercando di non fare montare la rabbia alle persone. Il gesto di andare al funerale del ragazzo nigeriano Manuel è stato anche giusto nel contesto dell’atto razzista che ha subito. Secondo me però si doveva fare anche con i nostri italiani.

I politici si rendono conto che c’è molta rabbia in giro, evidentemente non vogliono far montare questi sentimenti. Hanno paura che succeda qualcosa. Secondo me, ripeto, dovevano andare ai funerali delle vittime di Dacca, hanno fatto un errore non andandoci. Dopo un po’di tempo dalla morte, si viene dimenticati dalle istituzioni.

— Anche da un punto di vista mediatico non si è dato un gran risalto alla strage di Dacca, sei d’accordo?

— Non se ne parla più infatti. Nell’ultimo anno e mezzo ho notato, avendo a che fare con i giornalisti, che si fa presto a dimenticare quel che è accaduto il giorno prima. C’è stato l’incidente del treno, sono morte 27 persone, poverette. Tutta l’attenzione è dedicata a quel fatto, la notizia più eclatante del momento. Funziona sempre così.

— Secondo te la comunità islamica italiana dovrebbe farsi sentire di più in questi casi tragici dove sono coinvolte vittime italiane?

Papa Francesco bacia un piede a un profugo durante il rituale della lavanda dei piedi
© REUTERS/ OSSERVATORE ROMANO

— Nessuno della comunità islamica si è mosso. Io sono andato al funerale di Valeria Solesin, in quell’occasione c’erano degli imam. Mi sarei aspettato che anche in questo caso la comunità islamica si fosse mossa. Parlo anche di un comunicato, un piccolo gesto di solidarietà.

Ci sono poche persone che prendono una posizione netta da parte dell’Islam, ma anche da parte occidentale. L’ho scritto l’altro giorno su facebook: io non sono razzista, non odio nessuno, vado in giro per il mondo, sono abituato a stare assieme agli altri e vivere in modo diverso, quando mi adatto alla vita di un altro Paese. Non è più tollerabile però che accadano queste cose. L’Islam si deve muovere, sono i musulmani che si devono muovere, devono cominciare a prendere le distanze da Daesh.

— Nel tuo post su facebook facevi riferimento agli anni quando hai lavorato in Russia. Il problema del terrorismo è vissuto in modo diverso secondo te dai russi, da anni alle prese con questo nemico?

— I russi sono forse più combattivi di noi. La Russia ha riconquistato la libertà dopo 70 anni di comunismo. I russi sono abituati a battersi per la libertà. Noi non siamo più abituati a questo. Io davo per scontata la mia libertà, ce l’avevo, l’ha conquistata mio nonno partigiano. Una cosa che ho imparato in prigionia è che la libertà va difesa giorno per giorno, anche solo parlandone. Con le azioni che fa Daesh, ci stanno portando via la libertà. Abbiamo paura di muoverci, andare nei centri commerciali, nei teatri e nei cinema. I russi sono abituati a combattere per la libertà.

Fonte: it.sputniknews.com