Due domande per capire l’importanza della famiglia

Per capire l’importanza del matrimonio non serve perdersi in molte parole. Basta porsi due domande fondamentali: “perché esiste la famiglia?” e “quali sono le caratteristiche principali della famiglia?”. 1) PERCHÉ ESISTE LA FAMIGLIA

La famiglia non è un’invenzione dovuta a particolari congiunture storiche, bensì è una realtà naturale, che nasce con l’uomo e trova proprio nella natura umana la propria ragion d’essere. La ragione è facile da individuarsi: l’uomo è limitato e bisognoso di completarsi negli altri. Nessuno – se non lo sciocco o il folle – può credersi auto-sufficiente. Ebbene, proprio perché l’uomo è segnato dall’interdipendenza, si può dire che la famiglia è il “luogo” umano dell’interdipendenza, è il “luogo” del mistero dell’interdipendenza. Ma Cristo ha elevato il matrimonio a sacramento. L’unico, tra i sette sacramenti, il cui ministro non sia il sacerdote, bensì i coniugi stessi. Ciò, proprio perché il matrimonio, prima di essere un dato riferibile all’ambito sovrannaturale, è già riferibile a quello naturale. Il matrimonio preesisteva alla Nuova Alleanza. 2) LE CARATTERISTICHE DELLA FAMIGLIA Diverse sono le caratteristiche principali della famiglia. Qui ne prendiamo due in considerazione: l’indissolubilità e l’apertura alla vita. Anche l’indissolubilità è un dato di natura, dovuto appunto alla necessità per l’uomo di completarsi nell’altro. Ebbene, nell’ambito del matrimonio, pur dovendosi riconoscere un rapporto gerarchico tra marito e moglie (san Paolo è chiarissimo al riguardo nella Lettera agli Efesini), la monogamia (rifiutata non a caso da una religione come l’islam) consiste nel completarsi reciproco tra marito e moglie. L’indissolubilità ha ragioni sul piano antropologico e su quello sociale. Sociale, perché la comunità umana non è un semplice insieme di individui, ma lo è di famiglie, per cui ammettere la solubilità della famiglia vorrebbe dire ammettere anche la solubilità del consorzio sociale. Ma c’è anche un altro motivo, oggi volutamente taciuto: il bambino soffre molto di più se i genitori si separano di quanto non accada nel caso uno dei due dovesse morire anzitempo. Dalla condizione di orfano non derivano fenomeni di disagio sociale; cosa ben diversa si vive per la frantumazione della famiglia, come già si sperimenta nel Regno Unito, dove il fenomeno è tragicamente più avanzato. In caso di separazione il bambino inconsciamente mette in discussione se stesso, ritenendosi frutto di un amore ch’era meglio non ci fosse mai stato. L’altra caratteristica è quella dell’apertura alla vita. I genitori non sono creatori ma procreatori, il che significa che essi partecipano ad un’azione creatrice, che è unicamente di Dio. La procreazione non è un atto né implicito, né scontato, né automatico, come comprovano i coniugi impossibilitati ad avere figli. Su questa verità poggia la condanna di qualsiasi contraccezione: Dio è Signore della vita, sempre. Gli sposi possono solo proporre, ma a disporre è unicamente Lui. DUE ROBUSTI PILASTRI II matrimonio, perno della famiglia, deve poggiare su due robusti pilastri: il primo è quello del riconoscimento del vero, il secondo quello della testimonianza del vero. Il riconoscimento del vero si traduce nella centralità della preghiera. Solo ponendo Dio al centro si salvano i rapporti interpersonali, perché solo così l’uomo può fare vera esperienza della misericordia. La vita con Dio impone il riconoscimento della propria incapacità e quindi l’invocazione della Sua misericordia: nessuno può dirsi creditore nei confronti di Dio. È evidente come, invocando la misericordia, questa non la si possa negare agli altri. Se si chiede a Dio di essere pazienti con se stessi, non si può non esserlo con gli altri: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. L’autodemolizione della famiglia è cominciata con l’eliminazione della preghiera in comune: solo pregando uniti, si può rimanere uniti. L’altro pilastro è quello della testimonianza del vero. La vera educazione non è fatta solo di parole (ovviamente ci vogliono anche quelle), bensì di una coerente testimonianza. È inutile che ci prendiamo in giro: la crisi dell’autorità genitoriale, che caratterizza i nostri tempi, si deve anche e soprattutto al fatto che i genitori non riconoscono visibilmente l’autorità di Dio, sottomettendo alla Sua legge il matrimonio e la famiglia. Il noto teologo svizzero Von Balthasar (sulle cui posizioni teologiche è giusto nutrire più di una riserva) rivelò un importante aneddoto della propria vita: un giornalista gli chiese quando avesse fatto la prima esperienza di Cristo e questi si attendeva che ‘intervistato rispondesse: a scuola, all’oratorio, all’asilo dalle suore… Ma Von Balthasar disse di aver fatto la prima esperienza di Cristo in famiglia e soprattutto attraverso un piccolo ma significativo episodio. Lui aveva un papà, che difficilmente calava la testa dinanzi a qualcun altro; un giorno, camminando per il corridoio, vide la porta dello studio del padre socchiusa, sbirciò e vide il genitore inginocchiato dinanzi ad un uomo appeso ad una croce… «Da allora – confidò il noto teologo – iniziai a chiedermi chi davvero fosse quell’uomo, che riuscì a far inginocchiare mio padre».