Cattolici conigli, grazia dell’interreligiosità… No, grazie. Preferisco restare cattolico

di Alessandro Gnocchi

Altro che “Je suis Charlie”. Se il concetto non si prestasse a equivoci sul coraggio o se il mondo cattolico fosse abbastanza spiritoso, ma soprattutto se ci fosse una discreta quantità di fedeli consapevoli della gravità con cui la barca di Pietro vacilla sotto i colpi di colui che dovrebbe guidarla, al prossimo “Angelus” ci sarebbe da presentarsi in San Pietro col cartello “Je suis lapin”. “Io sono coniglio”, come lo sono stati quei padri e quelle madri che, senza tenere in conto la cosiddetta “paternità responsabile” che sta tanto a cuore al pontefice venuto dalla fine del mondo hanno contribuito a costruire e a diffondere la civiltà cristiana.

Ma non servirebbe a niente, o quasi, si sbatterebbe contro un muro di gomma perché questo papa è la perfetta immagine di questa Chiesa. Basta dare un’occhiata a giornali, telegiornali e siti che contano per scoprire che, neanche due ore dopo l’ennesima esternazione che si fa beffe della dottrina cattolica, della devozione, di secoli di storia e di fede, fino ad arrivare sotto il minimo sindacale del buon gusto, sono già lì tutti a dogmatizzarla. Non c’è proprio nulla di colloquiale o di pastorale o di magisterialmente non rilevante: tutto quanto fa e dice il generalissimo Francesco è, ipso facto, dogma. Oggi ci saranno già solerti parroci che, dopo aver fino a ieri tuonato contro la contraccezione, oggi daranno degli stupidi a quei cattolici che hanno fatto più di tre figli. Del resto, lo ha detto il papa: il papa è il papa.

Da “Repubblica” ad “Avvenire” non c’è organo di propaganda che non si inchini al genio di un pontefice capace di stupire il mondo. Purtroppo, questo pontefice non stupisce il mondo, ma quei cattolici che hanno deciso di rimanere ben saldi alla loro fede. Anzi, non stupisce neppure quelli, perché ormai il travisamento della dottrina è all’ordine del giorno, è una costante di un magistero a cui diventa sempre più difficile mettere delle pezze. Presto anche coloro che stanno gaglioffamente cercando di contrabbandare come cattolico ciò che questo papa dice e fa avranno solo da gettare la maschera. Si presenteranno sul palcoscenico e, con un sorriso smagliante, annunceranno al pubblico che li ha seguiti fin lì: “Benvenuti nella nuova religione”.

Non potranno dire “Benvenuti nella nuova Chiesa” perché quella è illustrata in qualsiasi depliant che da decenni mostra le meraviglie della “Nuova Pentecoste”. Troppi si sono illusi che non fosse così, ma era scritto tutto fin dal principio. Gli artefici della mutazione genetica del corpo ecclesiale lo avevano detto ai quattro venti senza nascondersi. Ma il buon cattolico è fatto così: ce ne vuole prima di comprendere che il capo lo sta tradendo e, spesso, lo segue fin dentro il baratro, convinto di fare il bene.

Con l’avvento di Francesco, qualcuno magari ha aperto gli occhi. Ogni giorno ha la sua pena e il suo orrore e la messe di questi giorni è davvero ricca. Ognuno può pescare quel che vuole, dal pugno in faccia a chi offende mammà al calcio nel sedere a chi vuol fare il furbo.

E, naturalmente, la questione del coniglio in seguito alla quale ci si chiede se la Chiesa muterà la dottrina sulla procreazione e sulla famiglia. Ma forse bisogna chiedersi se, di fatto, non l’abbia già mutata. O ci siamo scordati che cosa è accaduto al Sinodo? Quando un pontefice dice quanto ha detto Bergoglio, quando un pontefice si mostra fiero di aver ripreso in malo modo una donna incinta dell’ottavo figlio, quando un pontefice usa espressioni da trivio per definire ciò che per due millenni è stato ritenuto santo e benedetto, significa che qualcosa di fondamentale è cambiato. Il “Catechismo della Chiesa cattolica”, e non quello di San Pio X, dice che “La Sacra Scrittura e la pratica tradizionale della Chiesa vedono nelle famiglie numerose  un segno della benedizione divina e della generosità dei genitori”. Evidentemente, il papa venuto dalla fine del mondo non pensa qualcosa di diverso, ma pensa proprio il contrario, se definisce una donna incinta dell’ottavo figlio “Ir-re-spon-sa-bi-le”.

Tra le perle di questi giorni c’è anche il “tacon” messo sul “buso” della sberla tirata a chi offende mammà: “In teoria possiamo dire che una reazione violenta davanti una offesa, a una provocazione, non si deve fare. Possiamo dire quello che dice il Vangelo, che dobbiamo dare l’altra guancia. Sulla teoria siamo tutti d’accordo. Ma siamo umani. E c’è la prudenza, che è una virtù della convivenza umana. Io non posso provocare, insultare una persona continuamente perché rischio di farla arrabbiare, rischio di ricevere una reazione non giusta. Allora dico che la libertà di espressione deve tenere conto della realtà umana e perciò deve essere prudente”.

Proprio così “la libertà di espressione deve tenere conto della realtà umana” e ci vuole prudenza “perché rischio di farla arrabbiare, rischio di ricevere una reazione non giusta”. Non bisogna offendere solo per paura di prendere un cazzotto, o magari una scarica di mitra. A che cosa è ridotto l’esercizio del gesuitismo…

Ma tutto questo, e tanto altro ancora, sta sotto il grande cappello di ”interreligiosità”, che poco, anzi nulla, ha a che fare con Cristo e il suo annuncio. Parola per parola, ha detto in proposito Francesco: “Poi, ieri io ho visto una cosa che mai avrei pensato a Madhu: non c’erano solo cattolici, c’erano buddisti, islamici, induisti e tutti vanno lì a pregare e dicono che ricevono grazie. C’è nel popolo, che mai sbaglia, qualcosa che li unisce e se loro sono così tanto naturalmente uniti da andare insieme a pregare in un tempio che è cristiano ma non solo cristiano… Come potevo io non andare al tempio buddista? Quello che è successo a Madhu è molto importante, c’è il senso di interreligiosità che si vive nello Sri Lanka. Ci sono dei gruppetti fondamentalisti, ma non sono col popolo, sono elìtes teologiche… Una volta si diceva che i buddisti andavano all’inferno? Ma anche i protestanti, quando io ero bambino, andavano all’inferno, così ci insegnavano. E ricordo la prima esperienza che ho avuto di ecumenismo: avevo quattro o cinque anni e andavo per strada con mia nonna, che mi teneva per mano, e sull’altro marciapiede arrivavano due donne dell’Esercito della salvezza, con quel cappello che oggi non portano più e con quel fiocco. Io chiesi: dimmi nonna, quelle sono suore? E lei mi ha risposto: no, sono protestanti, ma sono buone! E’ stata la prima volta che io ho sentito parlare bene di persone appartenenti alle altre confessioni. La Chiesa è cresciuta tanto nel rispetto delle altre religioni, il Concilio Vaticano II ha parlato del rispetto per i loro valori. Ci sono stati tempi oscuri nella storia della Chiesa, dobbiamo dirlo senza vergogna, perché anche noi siamo in un cammino, questa interreligiosità è una grazia” (fonte: sito della Santa sede. Clicca qui).

L’interreligiosità vista come grazia dal Vicario di Cristo: non si era mai arrivati a tanto. Non si era mai arrivati a un pontefice che definisce apertamente una grazia quella di non appartenere a Nostro Signore.

Dato il lavorìo di autodemolizione che ha portato la Chiesa fin qui, a voler essere realisti, ciò che stupisce è lo stupore di chi non si capacita di un papa che dica queste cose: è il modernismo, bellezza, prima o poi doveva accadere. Benvenuti nella nuova religione.

Io mi tengo quella vecchia: “Je suis catholique”.

Fonte:Riscossa Cristiana