Assunta Vannozzi: un’altra storia delle vittime della furia partigiana

 Accusata di essere una spia fascista venne barbaramente uccisa a Leonessa Dopo 70 anni il Comune la riabilita e le dedica la strada dove fu «giustiziata»

Finalmente Assunta Vannozzi ha la «sua» via a Leonessa. Non una strada qualunque, ma quella che dalla frazione di Ocre s’inoltra nei boschi e arriva a Capodacqua, proprio lì dove venne uccisa. Nel febbraio 2014, il Comitato Pro 70° Anniversario della RSI in Provincia di Rieti propose al sindaco di Leonessa Paolo Trancassini l’intitolazione di una via: e ieri l’amministrazione comunale ha riabilitato pubblicamente ed ufficialmente la donna dedicandole proprio il luogo in cui si consumò un dramma per troppo tempo dimenticato e manipolato dalla vulgata antifascista.

La storia di Assunta Vannozzi non si legge sui libri di scuola anzi, fino a poco tempo fa non era politically correct parlarne perché lei, a soli 29 anni, fu barbaramente uccisa dai partigiani il 16 marzo 1944.

Da allora un silenzio complice piombò su quella giovane madre giustiziata senza un perché e infangata ulteriormente dopo la morte. I fatti. Dal 26 febbraio 1944, dopo l’uccisione del Commissario Francesco Pietramico, la situazione dell’ordine pubblico sull’altopiano leonessano era andata progressivamente peggiorando. La pressione della guerriglia che sconfinava dall’Umbria fece si che, il 14 marzo seguente, il Distaccamento della GNR – che assicurava la sicurezza in tutta la zona – venisse ritirato, in quanto considerato indifendibile. Il giorno dopo, andati via i fascisti, su Leonessa calarono i partigiani compromettendo l’ordine pubblico. La mattina del 16 marzo, sei o sette ribelli comunisti con passamontagna e fazzoletti al viso entrarono nell’abitazione della famiglia Vannozzi nella frazione di Capodacqua: si scagliarono contro Assunta, a letto con la febbre, accusandola di essere una spia. Le strapparono il figlioletto Luigino di due anni e la strascinarono in strada tra grida strazianti. Poi, con inspiegabile spietatezza, un partigiano scaricò la sua pistola contro la donna finendola con un colpo di grazia alla nuca. I ribelli, fatta giustizia, prima di sparire nella boscaglia, razziarono tutto quello che trovarono in casa, dal corredo di nozze ai gioielli.

Nel dopoguerra, vennero accusati dell’assassinio tre partigiani locali (gli altri non furono mai identificati): Concezio Antonelli, Mario Romano e Enzo Lucci (l’esecutore materiale). I primi due negarono ogni addebito, mentre Lucci affermò di aver agito su ordine della Brigata «Gramsci». Poichè tutte le azioni compiute dai ribelli nel corso della guerriglia venivano considerate «legittimi atti di guerra» i tre vennero scarcerati. Più tardi la magistratura accertò che Assunta Vannozzi era innocente e che il suo assassinio fu un «errore di valutazione». Un errore senza alcuna riabilitazione. Fino a ieri. «Lo scorso anno, nel settantennale dalla tragedia – ha dichiarato Pietro Cappellari, Responsabile culturale del Comitato Pro 70° Anniversario della RSI in provincia di Rieti – siamo venuti a Leonessa con l’intento di chiedere una pubblica riabilitazione della giovane mamma di Capodacqua. Un atto dovuto che l’intera comunità leonessana deve a una sua concittadina uccisa troppe volte, fisicamente e moralmente. Ma anche un dovere morale nei confronti di Luigino Montini, il figlio di Assunta, (oggi scomparso) che per tutta la vita ha portato nel suo cuore i segni indelebili di quella tragedia ingiustificata».

Fonte: Il tempo.it